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Siepo di Rossella Usai


Il mio "Siepo" è nato sicuramente su base autobiografica, date le circostanze familiari con i miei due figli Sara e Simone, i nostri destini diversi o le scelte a seconda dei punti di vista. Siepo, potrei descriverlo come uno spiritello cinico e molto egoista, che si arroga l'arbitrarietà di intervenire a suo piacimento nella vita degli altri. Un personaggio insensibile e a dir poco anche sadico, con il quale Simone paga salato il conto delle sue disobbedienze...in attesa della via "redentrice". Dovrà forse fare ammenda del suo passato, vivendo le sue disavventure con spirito di espiazione, evitando di lamentarsi in continuazione? Forse sarà una grossa opportunità per riscattarsi o cosa altro? Rimarrà trascinato nella vita del malvagio Siepo con i suoi capricci? Tornerà a prendere in mano la sua situazione, gestire la sua vita e riabbracciare le persone che lo amano, o si lascierà andare ai flutti della corrente devastatrice di Siepo perdendosi sempre di più? Ma poi chi è davvero Siepo?


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rossella.usai@dalbauledellanonna.com



LE AVVENTURE DI ZIPPI di Rossella Usai

Le avventure di Zippi è un racconto basato sulla vita, vista dal mondo delle zanzare. Anche loro come noi, amano, vivono in contatto con gli altri simili e ho voluto renderla tenera e affettuosa perchè Zippi, il protagonista, farà di tutto per salvare la sua mamma. Un mondo tutto da scoprire che divertirà grandi e piccoli. Ho fatto anche un grande schema per ricamare il Protagonista
"Zippi" per il ricamo a Punto Croce.
Se ordinate il Racconto sopra descritto di "SIEPO" riceverete GRATIS lo Schema per ricamare
ZIPPI, in grandezza naturale.




Nel 2003 scrissi un Racconto con protagonista una Zanzara.
"Le avventure di Zippi". Praticamente presenta la vita vista come la vede una
Zanzara, il mondo delle zanzare, ma fantastico e similare al nostro. Ho voluto
nella primavera di questo anno 2016 partecipare ad un CONCORSO LETTERARIO.
OCEANO DI CARTA DI SENSO INVERSO EDIZIONI. Giunto alla 6° Edizione. Ho vinto
con questo Racconto ed è stato pubblicato. I disegni sono tutti fatti da me.
Dal sottostante link si può acquistare:

http://www.edizionisensoinverso.it/catalogo_extra_la_voce_del_cuore.htm

IL LIBRO!




Rossella Usai con il Libro "La voce del cuore"
CONCORSO OCEANO DI CARTA 2016
A me hanno Premiato e pubblicato il mio Racconto
"LE AVVENTURE DI ZIPPI"





"LE AVVENTURE DI ZIPPI"

Disegni e Testo Rossella Usai


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RACCONTI DA LEGGERE GRATIS

Exstraterrestri a casa mia: Xavier di Rossella Usai

PRIMA PARTE

Gabriele è un bimbo di 9 anni, appassionato di computer come molti della sua età; lo si vede sempre davanti ad un portatile regalatogli per il compleanno dal suo nonno. Non che non si dedichi alla scuola, alla vita all'aria aperta, al calcio che è il suo sport preferito o ai sogni di un bambino della sua età! Adora i suoi genitori che lo coccolano molto. Gabriele è però figlio unico, talvolta gli manca un fratellino...

- Gabriele, la cena è pronta da un pezzo, tuo padre è già a tavola che ti aspetta! - disse la mamma richiamandolo dalla sua cameretta.

- Vengo, un attimo... - disse Gabriele spegnendo il computer.

- Un attimo l'hai già detto cinque minuti fa, ora vieni! - disse il padre in tono di rimprovero che esigeva la puntualità per l'ora del pranzo e della cena e che soprattutto si iniziasse tutti insieme.

- Arrivo... - disse Gabriele correndo in cucina.

In cucina, iniziando il pranzo, il padre di solito tendeva a rimproverare Gabriele se lo riteneva opportuno e pareva lo ritenesse spesso, secondo il bambino.

- Gabriele, ti rendi conto che stai troppo tempo di fronte al computer? Ti fa male! Da quando il nonno te lo ha regalato non c'è verso di staccarti da lì! - disse il padre.

- Ma Babbo... è così divertente!

- Certo... E i compiti? Li stai facendo? - continuava il padre.

- Si, ora te li porto a far vedere... E Gabriele corse verso la sua camera, tornando quasi subito con un quaderno.

- Bene, voglio vedere se studi - disse il padre interrompendo di mangiare i ravioli al ragù.

- Luciano, non essere severo con Gabriele, studia, io lo so, è un bimbo molto intelligente. Stai sereno, pranza ti prego! - disse la mamma in difesa del figlio.

- Non ho mica detto che non è intelligente! Certo tu lo difendi sempre!

- Ora vado a prendere la torta di mele, forse ti addolcirà il carattere Luciano! - disse la mamma alterata.

Ma il babbo dovette ricredersi, poichè sfogliando il quaderno di Gabriele disse:

- Bravo! - disse con grande stupore - vedo che invece studi.

- Te lo avevo detto! Il mì Gabriele è un bimbo buono - disse la mamma soddisfatta e sorridente.

Gabriele detestava sentirsi chiamare "bimbo" dalla mamma: ormai era grande! Riportò a posto il quaderno un pò malinconico perchè era difficile pranzare serenamente in quella casa. I suoi genitori non andavano d'accordo già da un pezzo e spesso lui piangeva la notte, per questo. Rinfrancato dall'idea della torta di mele però, tornò in cucina e la mangiò con golosità.

Dopo pranzo, il babbo ascoltando la televisione sentì una terribile notizia:

“Più di 500 bambini erano spariti misteriosamente da ogni parte del mondo senza più sapere nulla!”

- Stai attento Gabriele, non ti fidare di nessuno, stiamo vivendo un’epoca piena di trappole per grandi e piccoli.

- Certo babbo, io vi ubbidisco sempre e non esco mai altro che per andare a scuola o a giocare a pallone. Salutato il babbo che tornava al lavoro, Gabriele si sedette di fronte al suo computer.

Entrò la mamma in cameretta e chiese:


- A che punto sei del racconto che stai scrivendo?

- Lo sto terminando Mamma, quando è pronto lo leggerai - disse Gabriele già intento a scrivere.

- Ma come si intitola? - continuava la mamma incuriosita.

- “Extraterrestri a casa mia” - disse Gabriele sorridendo.

- Non vedo l'ora di leggerlo! - disse a mamma accarezzando la testa di Gabriele.

Una volta restato solo in cameretta Gabriele aprendo la posta elettronica esultò di gioia:

- Evviva!!! Mi è arrivato il messaggio del mio caro amico !! Ora lo leggo! ...

"Ciao Gabriele! Sono Xavier; ho cercato di nasconderti la verità ma ora ti voglio troppo bene e anche se io vivo in un'altro pianeta, voglio conoscerti! Ho passato tutta la notte a costruire di nascosto ai miei genitori una navicella spaziale. Ho tante cose da raccontarti di me, del mio pianeta, della mia famiglia e naturalmente della mia squadra di calcio! Ora vado a prepararmi per il viaggio: ho troppa voglia di venire da te. A presto. Xavier"

Vi potrete figurare Gabriele: saltava da una parte all'altra della sua stanza gridando:

- Evviva! Il mio amico è un extraterrestre!!! Che emozione!

A quei salti e gridi di gioia accorse la mamma:

- Si può sapere cosa stai combinando qui dentro?

- Niente mamma, mi sto preparando per andare a letto - disse Gabriele mentendo spudoratamente.

- Ma se non ti ho mai visto fare pisolini pomeridiani! Stai forse male?

Gabriele aveva una tal gioia nel cuore che non poteva però condividere per ora con nessuno.

- Non mi sembri molto assonnato a vederti! Sei tutto rosso e sudato! - continuava la mamma.

- E' solo che ho caldo! - rideva Gabriele seduto nel suo letto.

- Insomma ora calmati - disse la mamma ritornando alle sue faccende domestiche.

Ma Gabriele in realtà pensava:

- A letto? E come farei, ho un ribollio di curiosità di vedere Xavier! Ora vado fuori nel balcone con il mio telescopio e voglio guardare il cielo, forse lo vedrò arrivare! Ma invece aspetta, aspetta, Gabriele si appisolò. Era una fredda giornata di dicembre, faceva presto buio, Gabriele si svegliò infreddolito. Entrò in camera a prendere una giacca più pesante. La mamma era in salotto a chiacchierare con le amiche, era e lo sapeva, il momento migliore per lui: non veniva mai a curiosare in camera sua in quei casi, era troppo intenta a occuparsi d’ altro.

- Gabriele! - si sentì chiamare dalla sua finestra sul balcone.

Gabriele saltò fuori come una lepre.

- Xavier! Sei tu?! - e saltò al collo del suo carissimo amico.

Rientrano in cameretta:

- Vieni, Xavier, questa è la mia cameretta! - disse Gabriele esterrefatto di ciò che gli stava capitando.

- Bella, un giorno ti farò vedere la mia. Questo cosa è? - disse prendendo il quaderno dei compiti del suo amico.

- E' il mio quaderno dei compiti di scuola.

- Bravo, chi ti aiuta a farli così bene? - disse Xavier sfogliandolo con attenzione.

- Nessuno...

- Allora, pensa che in camera mia io ho un orsacchiotto di peluche che mi fa i compiti, sa parlare in tutte le lingue dell'universo, è una calcolatrice eccezionale, ed è pure un telefono...

- Perché non me ne regali uno anche me, così parliamo per telefono? - disse Gabriele saltando felice.

- Mi hai letto nel pensiero...ti pareva che venivo senza portarti un regalo? Eccolo, è tuo si chiama "Xpetitxourse" - disse Xavier consegnando un morbido orsacchiotto marrone con il fondo delle zampe posteriori grigio e l'interno delle superiori in tinta uguale. Aveva anche il nome stampato sulla sua salopette di jeans. Gabriele si commosse per il meraviglioso regalo e lo mise accanto al computer.

- Da ora in poi potremo pure telefonare e parlare a viva voce!! E potrò raccontarti di me e del mio pianeta. Oddio, è quasi notte caro mio amico Gabriele; io devo andare, altrimenti domani faccio tardi a scuola, sono un dormiglione!

- E' veloce la tua astronave? - chiese curioso Gabriele.

- Molto, arriverò sul mio pianeta "Xplanet" in 10 minuti.

- Ci metto di più io con la mia bicicletta ad andare a scuola! Sei un genio per essere riuscito a costruire questa astronave - disse Gabriele guardando quella specie di piccolo uovo di metallo che era nel balcone.

- Non esagerare! Da noi chiunque sa costruirsi un'astronave, è facile, un giorno ti insegnerò...

- Davvero?

Insomma i due continuarono ancora un po’ a raccontarsi almeno in parte tutto ciò che volevano condividere e sapere l'uno dell'altro. I loro occhi si guardavano come di amore fraterno. Gabriele aveva ora un fratello e non lo voleva perdere più!

- Tornerò a trovarti - disse Xavier - e volerai via con me in mondi per te sconosciuti, e io e te vivremo avventure mozzafiato!

Gabriele abbracciò il suo extraterrestre esclamando: Ti voglio bene!

Fu così che Xavier salì sulla sua piccola astronave e sparì velocissimo. Gabriele non voleva piangere perchè sapeva che presto tutto ciò che il suo "fratellino" spaziale gli aveva detto sarebbe diventato realtà. Cenò con i suoi genitori e nessuno si accorse dell'accaduto, come spesso succede se i ragazzi vogliono davvero non farsi scoprire. Poi Gabriele andò a coricarsi nel suo lettino pensando tra sé:

- Ora si che posso andare a letto, spero di sognare Xavier, spero di sognare le avventure che vivrò con lui. Ho trovato un amico speciale, semplicemente perché nessuno dei miei compagni di scuola tiene davvero a me come lui. Xavier mi vuole bene davvero, anche se ci conosciamo da poco. E così che Gabriele si addormentò e sogno il suo amico Xavier che gli spediva tramite posta speciale, un misterioso pacco. Ma proprio quando sognava felice di aprirlo si sveglio e non riuscì più a prendere sonno. Si alzò dopo un po’ ed andò a scrivere un messaggio al suo amico tramite l’orsetto ricevuto:

"Xavier, ritorna ti prego, ho bisogno di te!"

SECONDA PARTE

Xavier non si fece attendere per molto tempo. Un pomeriggio mentre Gabriele studiava con la mente un po’ assente, si sentì toccare con un dito nella spalla destra. Si voltò di scatto: fu un attimo, un abbraccio! Il suo amico Xavier era tornato all’improvviso da lui. Gabriele si commosse.

- Ora sono qui, amico mio, non piangere – disse Xavier – Sai nel nostro pianete nessuno piange, ma il nostro corpo sente ugualmente il dolore perfino più forte di come lo sentite voi umani, troppo superficiali generalmente. Noi soffriamo dentro, nella testa e nel cuore, molti di noi muoiono… E’ uno dei più grossi problemi del nostro pianeta. Ecco perché sono qui Gabriele, non solo per conoscere te. Tu sapessi! Sai, ti ho visto nascere…

- Nascere? E’ impossibile! – disse Gabriele asciugandosi le lacrime.

- Certo, nascere! – continuava Xavier - Devi sapere che noi abbiamo una vita media di 300 anni e io ne ho 90. Dalla nascita abbiamo la possibilità di scegliere il nostro “angelo” su altri pianeti, attraverso sofisticate macchine di ricerca stellare, che mettono in contatto con altri mondi. Durante i nostri primi anni di vita a scuola, ci viene consegnato una specie di computer. Per farti capire Gabriele, te lo definisco così. Non avrei parole umane per descrivertelo. In effetti è come un occhio del tempo e dello spazio. Io ho visto la tua mamma che ti attendeva, portandoti nel suo grembo e ti ho visto neonato. Ma ho visto di più con la tua crescita: il tuo cuore è diverso da quello di molti altri umani, tu non lo sai amico mio, ma sei dotato di poteri mentali nettamente superiori rispetto a i bambini della tua età o ai tuoi simili in generale. Gabriele ascoltava come rapito.

- Tu amico mio – continuava Xavier – non socializzi molto ma solo perché, anche se non lo sai e non sei superbo, sei superiore a loro. Quando i tuoi simili notano in te questa differenza si allontanano indispettiti e per ferirti nell’orgoglio, lo so finiscono per sconsolarti…

- E’ vero – disse Gabriele stupito.

- Essi preferiscono rapporti alla pari o preferibilmente qualcuno da dominare. Questo nel nostro pianeta non esiste. Nessuno domina, nessuno odia, nessuno invidia. Noi proviamo dolore per la perdita di chi amiamo, questo sì, e talvolta non superiamo questa fase critica e moriamo. Voi invece no. Voi andate avanti e non solo! Spesso vi date la morte da soli tramite droghe, alcol, macchine veloci, sport estremi e altro che tu sai. Noi abbiamo un altro modo di concepire la vita e questo è assoluto, cioè noi diamo alla vita più importanza di tutto.

- Xavier, portami via con te! – disse Gabriele emozionato – ma cosa potrò fare io per il tuo pianeta?

- Lo vedremo insieme. Oggi stesso ti porterò sul mio pianeta, fermerò il tempo nel tuo, posso farlo. Nessuno al tuo ritorno si accorgerà della tua assenza, mentre pensa starai con me per ben 10 anni e non invecchierai! Sai noi non invecchiamo. Una volta raggiunta la mia età, che è di 90 anni, si resta come un bimbo dell’età 8-9 anni terrestri per tutti i gli anni a venire. Il mio pianeta è paragonabile ad un’immensa scuola con tantissimi bambini e bambine. Sempre più incuriosito ed esterrefatto Gabriele chiese:

- Cosa devo portare con me?

- Nulla, solo te stesso! – disse Xavier prendendo teneramente l’amico per la mano.

Gabriele chiese di potere andare a salutare i suoi genitori senza palesare cosa davvero stava accadendo. La mamma preparava il pranzo in cucina, il babbo era al lavoro.

- Che hai Gabriele, ma piangi? – disse la mamma vedendo il figlio – Ti preparo la tua torta preferita e tu piangi?

- No, volevo solo un bacio mamma.

- Ma certo caro, tu sai che per sempre il mio cuore sarà unito al tuo! E lo baciò teneramente più volte.

Gabriele dette un addio alla sua cameretta e voltandosi verso il suo amico che gli indicava il suo posticino all’interno dell’astronave, si diresse verso di lui e gli si mise accanto. Xavier stava già chiudendo lo sportello della piccola astronave ed era alle prese con tutti gli strumenti di volo. Svanirono nell’immensità del cielo quasi in un istante. La piccola e grigia navicella ovoidale, volò sfrecciata verso lo spazio, roteando come un aereo acrobatico. C’era un minuscolo finestrino e da lì Gabriele vide un turbinio di colori mai neppure immaginati, luci sfolgoranti. All’improvviso poi fu tutto buio.

- Che succede Xavier? - chiese Gabriele un po’ spaventato.

- Nulla caro, siamo quasi arrivati.

Dal finestrino si vedevano volti semi trasparenti di bambini che volavano intorno al pianeta.

Xavier spiegò:

- Guarda, loro sono i nostri morti, non ci lasciano mai ma restano in orbita e ci vegliano, non come succede a voi che non credete davvero che esista un qualcosa dopo la morte. Siete molto religiosi, in ogni parte del mondo, questo è vero ma a volte anche voi se colpiti da lutto non credete più in nulla. E poi i vostri morti non possono interagire, i nostri si. Io parlo sempre con mio nonno Xfabietto e lui la notte mi rimbocca le coperte. Nel nostro pianeta sopravviviamo al dolore così. Non ci sarebbe altro modo, siamo stati fatti troppo fragili, non sappiamo affrontare le difficoltà della vita. Questo sta spegnendo il mio pianeta. Guai se i nostri morti non ci fossero in qualche modo vicini! Ma ora ti porto tra i nostri poiché tu, provenendo da un mondo dove siete più forti in questo, ci potrai sicuramente aiutare. Pensa, noi non seppelliamo i nostri morti ma essi volano via come anime fluttuanti. Non sopporteremmo l’orrore dei vostri tetri funerali. Ma ora basta con questi pensieri tristi. Siamo davvero in fase di atterraggio. C’è anche tanta gioia nel nostro pianeta, ci puoi ancora salvare! Sei in tempo, Gabriele! Gabriele era commosso per tanta responsabilità, per essere stato scelto a compiere un così grande aiuto. Ma sarebbe stato in grado? E Gabriele si vide come passare attraverso una nuvola bianca e poi oltre essa vide un immenso arcobaleno fisso nel cielo di quel pianeta. Era tutto verdeggiante e colorato: colline, fiori, casette da cartoni animati colorate dai bambini con i pastelli, con ogni mezzo di fantasia. Farfalle allegre, tappeti di fiori, il tutto era semplicemente come in una favola vera. Una bambina giocava con la sua bambola di pezza, ed parlava con lei come ad una vera amica. Svolazzarono intorno a tutto questo ancora un po’ visto che era il quartiere dove abitava Xavier: era il suo modo di presentargli la sua realtà.

- E’ bellissimo Xavier! – disse Gabriele colmo di gioia!

In casa di Xavier, Gabriele, venne accolto con entusiasmo dai suoi genitori: era incredibile avevano anche loro l’aspetto di bimbi di 8-9 anni! La casa era molto accogliente. Una buffa bottiglia verde, parlante, accanto a due bicchieri faceva cenno di accomodarsi al tavolo per servire una fresca limonata. Gabriele era divertito e felice. Xavier sorrideva. La mamma si apprestò a portare una bella torta di panna e ciliegie.

- Sai Gabriele, siamo molto golosi.

- Se per quello pure io! - disse Gabriele con l’acquolina in bocca.

Fecero insieme un’ottima merenda.

- Vieni Gabriele, ti porto a vedere la mia cameretta.

- Ah, bene – rispose Gabriele saltellando felice dietro al suo amico.

La cameretta di Xavier aveva le pareti dipinte come un murales. Il disegno rappresentava una serie di bimbi seduti su delle nuvolette, con ali bianche e sorrisi innocenti. Bimbi come lui, con occhi che parevano veri, lucidi di una celata malinconia. Lo sfondo era grigio. Il letto di Xavier era in legno colorato con colori pastello che creavano uno sfondo arcobaleno e così anche tutti gli altri mobili della stanza. C’erano tanti pupazzi e l’orso di cui gli aveva accennato a casa: parlava e faceva veramente cose sorprendenti! Ma quello che era più sorprendente era una piccola porticina che a mala pena si notava. Xavier gliela mostrò.

- Cosa c’è lì dentro, uno sgabuzzino?

- No.

Gabriele incuriosito l’aprì e venne risucchiato da un vortice di vento simile ad un camino. Tutto impolverato di cenere arrivò alla fine di quel buco nero. C’era una stanza dall’aspetto molto antico, impolverata e ad una scrivania stava seduto un vecchietto intento a leggere un enorme libro con l’aiuto di una lente di ingrandimento. Aveva i capelli bianchi come la neve e una barba curata quasi pareva pettinata. Appena vide Gabriele, forse spaventandosi, sparì.

Si sentiva però una voce:

- Chi sei? Cosa vuoi? Donde provieni?

- Vengo dal pianeta Terra e mi chiamo Gabriele. Ero nella stanza di Xavier poco fa.

In quel momento il vecchio riapparve nella stanza con sguardo arrabbiato.

- Ah, quel buono a nulla di Xavier, pasticcione e ficcanaso! Tutti i bambini di questo pianeta hanno la Xporta nella loro cameretta ed è diretta a me, e lui mi viene a disturbare di continuo, per questo o quello!

- Questa volta però ci sono io. Potrei sapere perché lei è invecchiato? Xavier dice che nessuno in questo pianeta invecchia!

- Caro ragazzo, vuoi che ti racconti la verità? Sono perlopiù tutti bugiardi qui.

- Anche nel mio. Ma potrebbe dirmi qualcosa in più su questo pianeta e chi è lei? – disse Gabriele.

- Io? Io sono la Morte. Questo pianeta è in mio potere. Decido io chi lasciare vivere a lungo e chi no, e ancora sempre io permetto ai morti di interagire con i vivi perché quest’ultimi possano soffrire meno per la loro perdita. Questo credono loro e penso sia quello che ti ha raccontato Xavier, ma non è così.

- Perché?

- Perché il cuore non può smettere di soffrire se la ferita del dolore viene continuamente riaperta. Questo forse nel vostro pianeta l’avete capito mentre qui vogliono vivere nella nostalgia e non sanno che essa li uccide.

- Aiutiamoli! – disse Gabriele d’impeto.

- No! Dovranno capirlo da soli. Tu che ci fai qui? Sicuramente ti ha portato Xavier con la storiella dell’angelo custode.

- Si...

- Ebbene, caro ragazzo, non sei il primo. Aspetta un attimo… - disse guardando una pagina di quel grosso libro – sei il 560°.

- E dove sono tutti gli altri ragazzi?

- Sono tornati a casa – disse il vecchio con un’aria di chi non dice la verità.

- Non ci credo! Dove sono?

Il vecchio chiuse all’improvviso il libro e inaspettatamente con un balzo era già di fronte a Gabriele. Aveva in mano una corda e Gabriele capì subito che se stava ancora in quella stanza avrebbe fatto la stessa fine dei 560 spariti misteriosamente. Passò velocissimo tra le gambe del vecchio e imboccato un corridoio che c’era in fondo a quella stanza cominciò a correre disperato.

- Xavier! Non me lo sarei mai aspettato da te! – pensava correndo. Ma era un corridoio che cambiava continuamente forma, come un serpente che si muove: era terrorizzato pareva non avesse fine. Gli pareva di essere inseguito da quel vecchio, sentiva quasi i suoi passi verso di lui, poi vide una porta verde di legno. Aprì immediatamente senza pensarci troppo e si lanciò, qualunque cosa ci fosse, pur di salvarsi. Sperava di ritrovare Xavier, ma non fu così. Si ritrovò in un’enorme stanza sporca, buia, dall’odore nauseante e sentiva urla disperate di aiuto. Poi li vide: erano tutti bambini, all’incirca della sua età, compressi in quella stanza al freddo, senza nessun aiuto oltre la disperazione di sopravvivere. C’era una minuscola finestrina e da essa penetrava un raggio di luce, ma aveva le sbarre.

- Sono Gabriele, sono qui per aiutarvi!

- Aiutarci? – disse con un filo di voce un bambino magrissimo e dall’aspetto moribondo. Pareva infatti un’impresa impossibile, lui stesso era caduto nella trappola mortale di quel vecchio. Nessuno avrebbe potuto salvare il pianeta e Gabriele cominciò a piangere disperato. Mai si sarebbe aspettato una cosa simile! Ripensava alla sua mamma e al suo babbo…

- Non li rivedrò mai più!

Ma quando la disperazione nella vita giunge al culmine, talvolta qualcosa cambia inaspettatamente. Dal marsupio che Gabriele aveva legato in vita, inserendoci prima di partire alcune cose che reputava potessero essergli utili, sentì uno squillo e poi altri a ripetizione e vide una strana luce gialla che lampeggiava. Non ricordava di avere introdotto alcun cellulare o roba simile. Era un oggetto a forma di ape. Emetteva anche un ronzio e i suoi occhi lo guardavano fisso.

- Ascoltami Gabriele – disse – non darti per vinto. Io, Xavier, ho introdotto quest’ape dalle mille funzioni nel tuo marsupio di nascosto e proprio io parlo con te ora, tramite essa.

- Ti rendi conto Xavier in che guaio sono e qui con me ci sono tantissimi bambini ridotti quasi alla morte!

- Certo! Per questo ho bisogno di te!

- Ma io non so proprio cosa fare…- disse Gabriele disperato.

- Guarda l’ape! Dietro, dove c’è il pungiglione, premi con forza. E’ magica, non avere paura.

Gabriele ubbidì subito e in un istante la stanza divenne più grande e al centro di essa c’era una grande tavola imbandita con un pranzo davvero invitante e soprattutto per magia i bambini erano ora puliti, e vestiti con abiti di fresco. Certamente tutti si affrettarono a sedersi a tavola! C’erano appese alle pareti delle candele e finalmente dopo tanto patire potevano mangiare.

- Perché, Xavier, non hai utilizzato prima questa favolosa ape evitando così la sofferenza inutile di tutti questi bambini?

- Perché l’ho costruita da poco, quei bambini speravo che riuscissero ad aiutarmi a capire come salvare il mio pianeta, ma sapevo che erano finiti sicuramente male e mi sentivo responsabile della loro sorte.

- Ma quel vecchiaccio cattivo può ancora acchiapparci, Xavier? – chiese Gabriele preoccupato.

- Si potrebbe, ma tu ruota una punta di zampa dell’ape e vedrai!

Infatti accadde l’incredibile! Si ritrovarono tutti fuori da quell’incubo, in un prato ricoperto di tantissimi alberi di mele.

- Xavier, io in fondo non sono stato di grande utilità, se non era per quest’ape!

- No, tu sei riuscito a scappare da quel vecchio, gli altri no…

- Xavier, ora cosa facciamo?

- Ora potremo agire, Gabriele, siamo è vero solo ragazzi, ma il gruppo farà la forza! Camminarono a lungo, seguendo Xavier. Il panorama cambiava sotto i loro occhi e non smetteva di stupire. Molti bambini si fermarono a giocare con le acque del torrente generato da una cascata, e ridevano schizzandosi l’uno con l’altro. Il terrore non era più nei loro occhi ed essi splendevano di gioia pura.

- Andiamo – disse Xavier – dobbiamo agire presto. Ora lui cercherà di fermarci con la vendetta. Io non ho potere su questo pianeta ma voi sì. Uno sguardo di pura gioia e di comprensione che può esserci la vita anche con il dolore, lo ucciderà.

- E dove lo troveremo? – chiese Gabriele.

Nell’antro della Gelosia.

- Antro della Gelosia?

- Si Gabriele, gelosia: lui è vecchio e non può vivere con gioia a causa dell’invidia che prova per chi è giovane e felice. Questo lo fa sentire vecchio anche dentro di sé, studia nei suoi libri per trovare la felicità ma non la trova. Statemi vicini, l’antro non è lontano. Aiutatemi a liberare il nostro pianeta dalla morte! E se ciò non fosse possibile almeno che noi di questo pianeta si impari a convivere con essa e a non morire di dolore quando si perde un nostro caro. L’antro della gelosia era in una vecchia grotta piena di pipistrelli che volavano giorno e notte a guardia dell’ingresso. In picchiata andarono contro i ragazzi che corsero via terrorizzati. Xavier prese nuovamente in mano l’ape magica e ipnotizzò le bestiacce che si immobilizzarono in aria e ciò permise loro di varcare la soglia. Era una caverna scura e l’ape fu utile ancora come lanterna. In fondo a questa caverna si scorgeva una luce. Tutti intimoriti si spinsero in quella stanza buia e colma di tristezza. Ogni oggetto appeso di “decorazione” ricordava cose malinconiche. Ma la luce di gioia di un ragazzo può trasformare un luogo sinistro in un luogo di luce! Questo è il mistero dell’innocenza. E questo era proprio ciò poteva salvare il pianeta di Xavier, ora lui lo sapeva finalmente! Il vecchio apparve all’improvviso, ma spaventato, poiché la stanza aveva in sé quella luce profonda dell’innocenza e lui ne era ulteriormente ingelosito, ma anche indebolito.

- Che volete da me, marmocchi? – urlò impugnando un bastone con la mano.

Gabriele, che aveva la luce d’angelo negli occhi, si avvicinò ad un grosso tavolo e prese quel libro che il vecchio studiava alla ricerca della felicità.

- Non la troverai con questo. Hai cercato per anni invano. Hai scavato nei tuoi ricordi di gioventù per poterli rivivere: essi non esistono più. Il passato non torna! Ma è avendo in sé la gioia di vivere ogni giorno che trovi la felicità! Il vecchio infuriato, non capiva ciò che il ragazzo gli diceva. Ostinato nella sua triste gelosia e negli amari ricordi del passato, cercò di riprendersi il suo libro, ma Xavier con l’utilizzo dell’ape magica lo polverizzò all’istante.

- Non potrete nuocermi stupidi ragazzini, io sono la morte, sterminerò tutto il pianeta!

In quel momento i ragazzi si presero tutti per mano. Erano ancora molto magri per gli stenti subiti, ma nei loro occhi persisteva la gioia di vivere e di sperare. Quegli sguardi dolci ed ingenui posati sul vecchio, furono micidiali per lui. Fece la fine del suo caro e vecchio libro. Increduli della riuscita della loro missione i ragazzi piansero di felicità e abbracciarono Xavier. Potete ben immaginare cosa provava il nostro extraterrestre: era riuscito a salvare il suo pianeta!

- Grazie ragazzi e anche a te Gabriele! – disse Xavier commosso.

Uscirono dall’antro della Gelosia e la luce del giorno illuminò il loro animo ancora di più. Tornarono in città. Il paese era uguale ma, tra gli abitanti, c’era stato un cambiamento. Tutti i bambini andarono a giocare in un immenso parco colorato come in un cartone animato.

- Aspettatemi qui – disse Xavier – vado con Gabriele a casa mia.

I bambini socializzarono con gli extraterrestri e si divertirono in mille giochi: era finito l’incubo causato da quel vecchio. Avevano fatto bene a continuare a credere, pur nello sconforto alla salvezza! Essi però non erano più tutti dall’aspetto di bimbi. Su delle panchine c’erano anche le mamme ed i papà tutti con un aspetto non superiore ai 30/35 anni. Il pianeta era cambiato, le famiglie erano più simili a quelle della Terra. Anche Xavier trovò i suoi genitori cresciuti e saltò in collo felice al suo babbo.

- Xavier – disse Gabriele – credi che ora sia migliorato questo pianeta?

- Certo, l’incubo della morte è sparito, almeno quella imposta da quel vecchio per cattiveria ed invidia. Tu sai che noi viviamo in media 300 anni, ma ci sarà differenza tra gli adulti ed i ragazzi. Mi pare più simile al vostro pianeta. Grazie Gabriele! Tornarono a tutti gli altri ragazzi nel parco e Xavier salendo su di un albero disse loro:

- Ora andrete di nuovo ad abbracciare le vostre famiglie, cari, mi spiace se sono stato causa di tanta sofferenza. Spero possiate perdonarmi…

Xavier portò tutti i ragazzi a vedere una grossa Astronave. Una nave spaziale progettata dal suo nonno XFabietto per viaggi interstellari.

- Con essa vi riaccompagnerò a casa.

Era bellissima e tutti erano molto emozionati di potere volare nell’universo. Ma Gabriele pensava anche ai suoi genitori, alla sua cameretta… tutto ciò con un po’ di nostalgia. La rivide presto, e potette riabbracciare i suoi genitori. Volle anche a scrivere tutta questa avventura per non scordarla. Xavier promise di venirlo a prendere ogni settimana per un giro tra pianeti sconosciuti e misteriosi e tra le stelle dell’universo.

Rossella Usai





IL CIRCO DELLE PULCI di Rossella Usai

Premessa

Prima di iniziare a raccontarvi questa favola, devo prima descrivervi ciò che l'ha sollecitata nella mia fantasia.

E' stata semplicemente la realtà! Infatti, nella mia famiglia era nata (per caso) una piccola discussione circa l'esistenza o meno del circo delle pulci. Mio marito sosteneva si trattasse di illusionismo, di giochi di prestigio, mia madre invece credeva come me che fosse esistito davvero.

Ebbene si! Cari amici, in una vecchia enciclopedia di mio nonno, ho trovato un interessantissimo testo che descriveva come, nell'epoca in cui pulci, cimici e pidocchi formavano un trio onnipresente nelle case umane, ci fu qualcuno che ebbe l'idea di addomesticare le saltabeccanti creature per mostrarle poi a scopo di lucro, così come si mostravano nei baracconi da fiera scimmie, cani, gatti ed altri animali.

Sempre nel testo, corredato di alcune foto d'epoca, si legge che tale circo trovò subito ampio consenso! Continua poi nel descrivere come si addomesticano le pulci, avvisando subito che ci vuole una notevole pazienza.

Le brune bestiole, prima di essere usate nelle rappresentazioni, devono perdere l'abitudine innata di spostarsi a salti. Venivano pertanto rinchiuse in scatolette larghe, ma bassissime, in modo che nel tentativo di saltare le pulci stufe di cozzare contro le pareti della scatola, perdessero l'abitudine (almeno parzialmente) di saltare. Insomma finivano con lo spostarsi solo camminando!

Domate in questo modo, venivano poi legate con fili esilissimi e rigidi, indi attaccate a minuscole carrozze, tricicli...

Non ci credete?

Leggete allora questa storia, e non mancate di visitare il sito che ho segnalato in fine favola! A quel punto non potrete che esserne certi!

 

Questa, vi avviso, non è una favola. Questa non è fantasia, nè invenzione di chi ha tempo da perdere, è semplicemente una storia vera.

- Una storia vera? - chiederete voi, forse già annoiati in partenza.

- Si, una storia vera - vi rispondo subito io - vera davvero. E' una di quelle storie vere senza tempo. Si sa che si tratta di fatti accaduti veramente, ma non c'è più nessuno dei protagonisti che l'anno vissuta a raccontarceli di persona. E' una di quelle storie che, si tramandano di padre in figlio, di generazione in generazione. Si, forse talvolta è successo che magari qualcuno vi abbia aggiunto un tocco di fantasia, tanto i veri protagonisti non potevano più prendersela a male, ma vi assicuro ancora che è una storia vera. Come tutte le storie vere, non inizia in un castello fiabesco. Niente principi, nè principesse; assoluta mancanza di fate e gnomi. Non troverete streghe cattive, e neppure maghi distratti. Non ci saranno incantesimi, nè ranocchi trasformati in principi. Per dirvi insomma la verità, c'è solo una bambina di 9 anni e una vecchia casa, umida e malsana. La bambina non ha un nome fiabesco, ma uno piuttosto comune: Anna. Non è succube di matrigne, nè affidata a delle svampite fate, è semplicemente la sesta di ben 8 figli che sua madre aveva avuto la forza di mettere al mondo. La casa era praticamente composta da una grande camera con un caminetto per riscaldarla, e per preparare da mangiare. La povertà era tutto ciò che avevano, ma in essa riuscivano a trovare comunque la speranza. Anna aveva gli occhi color del cielo, sognanti e profondi. Rilegava i suoi capelli biondi in due trecce e aveva un visetto sbarazzino. Il suo fisico era però esile, e purtroppo era spesso malata. Niente giochi. Erano troppo poveri per averne. Ma la sua vera passione era nascosta a tutti. Nessuno sapeva che Anna aveva in quella piccola stanza un segreto.

- Un segreto? - chiederete voi.

- Si cari, un piccolo segreto, un piccolissimo allevamento di pulci. Quando la mamma il pomeriggio andava nel bosco a fare legna e le raccomandava di badare ai due fratellini più piccoli, lei correva nel suo angolo. Lì era la più felice del mondo. L'allevamento, si racconta, pare fosse di circa 10 pulci. Ad ognuna Anna aveva dato un nome, ma le preferite erano 3: Pulcella, una giovane pulce, Pulgino, più piccolo di lei, e la loro zia Pulcide. Gli altri membri dell'allevamento, avevano deciso di unirsi al gruppo spontaneamente. Quei tre pareva la sapessero lunga sul fatto di trascorrere le ore della giornata in modo divertente. Non erano unicamente occupate, come loro, a cercare il sangue che più si confaceva ai loro gusti, ma tutt'altro. Niente sangue, se proprio non se ne poteva fare a meno, una lunga passeggiata al mattino, salutare, diceva zia Pulcide. Percorrevano tanta strada, rigorosamente senza balzi, fino al davanzale della finestra.

- Respirate, respirate profondamente - ordinava Zia Pulcide.

- Zia io ho fame - brontolava come sempre Pulgino - posso fare un saltello sul gatto?

- Come ti permetti di farmi una simile richiesta? - rispondeva irritata zia Pulcide - Quante volte vi devo raccontare che i vostri genitori sono stati sterminati proprio saltando su uno di questi animali?

- Ma non era un cane? - chiedeva in questi casi Pulcella.

- Cane o gatto morirono...lo volete intendere? E' rischioso. So io come nutrirvi.

E detto questo iniziavano subito un pic-nic "montano" diceva zia Pulcide. Nessuno ha mai saputo di cosa si nutrissero, ma la storia dice che nessuno ha mai visto tre pulci più sane di loro. Nel pomeriggio, zia Pulcide, metteva Pulcella e Pulgino a dormire. Così credeva lei, e si distendeva tranquilla all'ombra per riposarsi. I due, invece, appena la sentivano russare profondamente, si alzavano zitti, zitti e cominciavano a giocare a chi saltava più veloce e più lontano. Pare inventassero giochi di ogni tipo in quel davanzale. Rigorosamente alle 5 del pomeriggio, c'era la merenda, e poi la lezione. Zia Pulcide aveva con sè una piccola lavagna portatile. Ogni giorno incominciava una delle sue meravigliose lezioni, e i suoi allievi nel frattempo, se la ridevano a crepapelle.

Non è che fosse ignorante, ma aveva un modo così buffo di insegnare! Fu proprio per assistere alle sue lezioni che anche le altre 7 pulci decisero di unirsi al gruppo. La classe divenne veramente chiassosa, e zia Pulcide incurante, continuava a leggere con enfasi le poesie, e a recitare persino "Shakespeare". L'arte e il sapere erano la sua vera passione. Terminata la lezione, il vivace e allegro gruppo, scendeva a "valle" diceva Zia Pulcide. Cantavano canzoni allegre, e naturalmente zia Pulcide guidava il gruppo. Fu in uno di questi giorni che Anna li incontrò. Si capirono subito, non chiedetemi perchè. La stessa domanda sarà già stata fatta chissà quante volte al narratore di questa incredibile storia vera. Cosa rispose? Nessuno lo sa, e nessuno ha riportato notizie a noi circa questo curioso fatto. Tutti, fino ad oggi, hanno saputo che andò davvero così. Si intesero subito e fecero grande, anzi grandissima amicizia.

Zia Pulcide, allineò tutta la classe, e organizzò subito un trasloco generale sotto il letto di Anna. Non volevano dividersi ora che si erano trovati! Quella sera, la sotto, zia Pulcide ebbe molto da fare. Convincere le 7 nuove pulci a non passare la notte nel cane, era difficile. Consultò il suo libro di psicologia, e preparò una deliziosa, si narra, cenetta. Il gruppo fu unito e perfettamente convinto, da quella sera. Così credette sempre zia Pulcide. Quando zia Pulcide stanca della giornata, crollava in un sonno profondo, iniziava il bello. Anche Anna, approfittando del fatto che tutti dormivano, scendeva sotto il letto. Che feste! Si narra durassero almeno due ore. Cosa facessero? Anche questo fa parte dei misteri delle storie vere. Il mattino Anna si svegliava felice, felice come non mai. Mangiava con più appetito, e tutti notavano in lei un cambiamento.

Seconda parte

Quello che accadde in seguito, cari ragazzi, ha dell'incredibile. Le storie vere sono piene di sorprese, e dunque anche in questa avrete di che rimanere a bocca aperta. Anna, vi dicevo, era felice, felice come non mai. Un giorno le balenò un'idea nella testa. L'idea era scaturita da un suo desiderio, il desiderio di vedere il circo. Ma il biglietto costava troppo, e lei tutte le volte si doveva accontentare di vedere i bambini gioiosi entrare nel circo, per vederli poi uscire tutti entusiasti, chi con il gelato, chi con i pop-corn, chi con lo zucchero filato. C'era sempre qualche bambino che usciva dal circo mezzo strascicato, perchè voleva rivedere lo spettacolo, e la nostra Anna, moriva dalla gran voglia di vederlo.

Una sera mentre si divertiva sotto il letto con le sue pulci, ebbe l'idea.

- Quale idea? - chiederete voi curiosi.

L'idea di farsi un piccolo circo. Ne parlò con le sue pulci. Zia Pulcide, che voleva già molto bene ad Anna e avrebbe fatto qualsiasi cosa per lei, si racconta fosse stata subito d'accordo. Il circo delle pulci sarebbe stato una realtà. Tutti erano molto emozionati, specie Pulgino. Le brune bestiole saltatrici, si organizzarono nei dettagli sotto l'abile guida di Anna. Zia Pulcide, per l'occasione, sospese le passeggiate fino al davanzale, e durante le lezioni trattava unicamente l'argomento "circo delle pulci". Si vantò all'improvviso di essere espertissima sull'argomento. Nessuno ha mai saputo se era vero, ma zia Pulcide cominciò a dire:

- Vi ho mai parlato di mio prozio Pulginnico? - chiese loro.

- No zia, non l'abbiamo mai sentito nominare, per la verità - rispose Pulgino.

- Ma come? Era famosissimo ai suoi tempi! Era il migliore del circo, grande atleta e perfetto ginnasta - disse zia Pulcide con entusiasmo.

- Sarà... - continuò Pulgino con un'aria incredula.

Ma si racconta, che zia Pulcide non si perse d'animo, e ogni giorno ripeteva la solita tiritera prima degli esercizi di ginnastica:

- Ai tempi di mio prozio Pulginnico, non distraetevi è molto importante, vi fu chi ebbe l'idea di addomesticare un piccolo gruppo di pulci, per mostrarle poi a scopo di lucro, così come si mostrano nei baracconi da fiera le scimmie, i cani, i gatti e altri animali mentre compiono esercizi. L'addestramento era però barbaro e crudele. Mio prozio Pulginnico, lo costrinsero a perdere l'abitudine di saltare. Povero zio! Venne rinchiuso in una piccolissima scatola. Lì fu lasciato per diverso tempo. Zio Pulginnico che era un'atleta, lì dentro provò a saltare come faceva sempre, ma stanco di cozzare contro il soffitto e le pareti della cella, perse parzialmente le sue abitudini acrobate e finì per muoversi solo camminando. Fu un'umiliazione senza pari. Ma i suoi tormenti non erano finiti, e la sua schiavitù non era che all'inizio. Domato in questo barbaro modo, venne legato a fili esili ma rigidi, e attaccato poi a piccole carrozze, talvolta a tricicli, oggetti e strumenti svariati. Nel tentativo disperato di fuggire, zio Pulginnico, faceva muovere le vetture alle quali era stato attaccato, e talvolta con il suo movimento, tirando i fili, determinava lo sparo di un piccolo cannoncino. Solo a fine giornata, era ritemprato da tante fatiche e umiliazioni. Veniva posto sul braccio del suo domatore, e poteva liberamente succhiare quanto sangue voleva.

Anna si emozionò molto al racconto della triste storia di zio Pulginnico, e giurò e rigiurò, che mai e poi mai lei sarebbe stata tanto crudele!

Nei giorni seguenti, gli allenamenti iniziarono. Anna, con una pazienza encomiabile, costruì un piccolo triciclo e una minuscola attrezzatura da circo. Un pomeriggio decise. Si recò al circo e chiese di vedere il proprietario. Si era portata dietro tutto il suo piccolo circo e i suoi atleti erano molto emozionati.

- State calmi - diceva Anna - andrà tutto bene!

Il padrone del circo, cari ragazzi, quando Anna le disse che voleva mostrargli il suo circo di pulci, pare che rise tanto da avere un malore. Ma nulla poteva fare cambiare idea alla nostra Anna. Mentre lui veniva soccorso e steso su di un letto, lei svelta organizzò il suo circo su di una comodina, e con molta professionalità dette inizio allo spettacolo. All'inizio, il padrone del circo non badò a lei, ma poi si volse e rimase stupito ed incantato da tanta bravura.

- Queste pulci fanno meglio di voi! - disse rivolto ai due uomini che lo avevano soccorso - Sei assunta nel mio circo. Lo spettacolo inizia alle 21 e tu sei già in ritardo. Corri a farti preparare dalla costumista.

Cari ragazzi, ecco, vedete avevo ragione! Le storie vere hanno sempre dei colpi di scena autentici, di vera commozione. Zia Pulcide pianse tutte le sue lacrime pensando alle fatiche di suo prozio, e chiese ad Anna di potere chiamare "Circo di Pulginnico" il loro spettacolo. Anna ne fu lieta ed orgogliosa insieme.

Quella sera, nel circo si videro molti spettacoli mozzafiato: gli acrobati, i giocolieri, le tigri, ma nulla emozionò come il piccolo "Circo di Pulginnico". C'era un silenzio da non sentire una mosca. Tutti gli occhi erano puntati allo spettacolo delle pulci ammaestrate. Le brune bestiole si rivelarono un vero talento. Gli applausi furono interminabili, il successo fu strepitoso! In pochi mesi, il "Circo di Pulginnico", era più richiesto del migliore atleta del circo. Anna cominciò a guadagnare un bel pò di soldini, e la sua famiglia potette trasferirsi in una casetta più dignitosa. Suo padre, orgoglioso della figlia, lo aiutò a costruire un favoloso circo, bello come non se ne era mai visti: minuscoli carretti, vetture, tricicli, giostre, cannoncini. Le pulci erano entusiaste. Divennero parte della famiglia, e il padre di Anna costruì loro una splendida villa in miniatura. Erano le pulci più felici e fortunate del mondo. Pare, cari ragazzi, che nessuno a memoria d'uomo ne abbia mai viste di meglio sistemate. Ma purtroppo, nelle storie vere, non va sempre tutto bene. Spunta sempre fuori un cattivo, un vero cattivo, di quelli che fanno paura più delle streghe e dei maghi.

Terza parte

Anna in quel periodo, arrivata alla sera, prima di addormentarsi sognava ad occhi aperti. Immaginava tutti i suoi sogni realizzati. Non bramava ricchezza, ma un benessere generale della famiglia. Immaginava di potere studiare, e di potere andare all'università. Le sue pulci le avrebbero concesso tutto questo, lo sperava fin dal profondo del suo cuore. Anna era una bimba semplice, ingenua, non riusciva a concepire il male. Oggi, queste che allora venivano chiamate doti, talvolta vengono interpretate per stupidità, e chi le possiede viene definito un malaccorto. Ma le storie vere insegnano sempre qualcosa, ed è così che anche in questa, capirete come molti altri ragazzi prima di voi, che è importante avere un cuore semplice, comunque, ed in ogni circostanza della vita.

Anna, per tornare dunque alla storia, sognava ad occhi aperti. Ogni sera al circo era un successo. Un giorno, il padrone del circo, che era un uomo tutt'altro che buono, chiamò Anna per "accordi più precisi", come li definì lui. Aveva ormai capito che il piccolo circo di Pulginnico, era per lui come una miniera d'oro, e non voleva farselo sfuggire, nè avrebbe permesso che Anna fosse assunta dalla concorrenza. Anna andò da lui serena e fiduciosa. Amava già tutti al circo, erano così gentili con lei!

- Vieni, cara Anna - disse il padrone del circo - entra, hai con te anche le tue pulci?

- No signore, le ho lasciate in custodia a mio fratello Gilberto che le sta allenando.

- Bene, bene - continuò il padrone del circo - vieni qui cara, siediti.

A questo punto, la storia si è sempre raccontata con serietà, perchè quel giorno fu l'inizio di tanti guai per la nostra Anna. Tanti guai davvero, che lei non credeva neppure che potessero esistere. Il padrone del circo, cari ragazzi, tirò fuori una specie di contratto. Anna non sapeva neppure cosa fosse.

- E' un accordo che faccio sempre con quelli che lavorano per il mio circo. Non con tutti, per dire la verità, solo con i migliori. Tu sei in assoluto la migliore, carissima Anna. Se firmi questo foglio, sarai con noi, sarai una di noi.

Anna firmò subito. Si sentiva grande tutto in un colpo. Poteva pure firmare un documento importante! Era ormai certa che i suoi sogni si sarebbero avverati!

Quarta parte

Quello che capitò dopo quel giorno, è talmente triste che stento a raccontarvelo, come ogni narratore di questa storia vera prima di me. Dal momento in cui Anna ingenuamente firmò quel contratto, la sua vita e quella della sua famiglia mutarono radicalmente. La causa principale fu l'ignoranza e la miseria.

- Con questo contratto sua figlia mi ha ceduto le sue pulci, e ha dato la piena disponibilità nel continuare a fare lo spettacolo nel mio circo, ovunque io vada - disse il padrone al padre di Anna.

Il padre non sapeva leggere, e non poté fare niente, oltre che supplicare e disperarsi:

- La prego, non distrugga questa famiglia, Anna è mia figlia...lei non può...

- Ah! Ecco l'ingratitudine! Quando vi ho anticipato mesi di lavoro, vi è andata bene, e ora non volete collaborare? Rendetemi tutta la somma allora! Altrimenti vi faccio arrestare! I debiti si pagano! - disse il padrone del circo con occhi infuriati.

- Non posso! Non posso! - si disperava il padre.

- Allora, caro socio, non fare tante storie! Anna starà via solo qualche mese, e credimi diverrà una professionista, una vera artista di circo.

- Una vera artista di circo? Io volevo studiasse! Questo era per lei solo un passatempo...

- Un passatempo? Ma se vivevate in miseria prima! E' grazie alla mia generosità, che ora vivete più dignitosamente! Solo io potevo accettare vostra figlia; una bambina sciocca con un pugno di pulci! Ma sono buono, e ho voluto aiutare una famiglia nel bisogno. Ho pensato di insegnarle un mestiere...

Il discorso continuò così, su questi toni da parte del padrone del circo, e con una disperazione sempre crescente da parte del padre di Anna.

Era ormai passato un anno da quel giorno. Anna era crescita ed era una ragazzina davvero graziosa. Non aveva perso il suo sguardo dolce e sognante e la grazia dei movimenti, ma in lei si notava che soffriva di nostalgia, una nostalgia che stava poco alla volta diventando una malattia. Dei suoi genitori, le era stato raccontato che stavano bene, che ricevevano regolarmente la sua paga mensile, ma lei non aveva mai loro notizie, una lettera, nulla! Il padrone del circo, non le permise neppure di salutarli! Dopo la firma di quel contratto, le aveva offerto una bevanda con uno strano sapore, e poi non ricordava più nulla. Da quel giorno aveva capito solo una cosa. Se non voleva che la sua famiglia avesse dei guai, guai seri, doveva lavorare nel circo e ubbidire senza discussioni. Tutti collaboravano con il padrone del circo, fakiri, contorsionisti, clown, giocolieri ed equilibristi, affinché lei fosse sempre sorvegliata. Ogni minimo sospetto di tentativo di fuga, arrivava subito agli orecchi del padrone:

- Questo mese niente paga! I tuoi genitori si rosicchieranno le unghie... - urlava lui infuriato.

Alla sera, Anna si ritrovava con i suoi unici e veri amici: le sue pulci. Zia Pulcide era diventata per lei come una mamma, e cercava sempre di rassicurarla:

- Vedrai, andrà tutto bene.

Ma sia Anna che Zia Pulcide, non vedevano uno spiraglio di soluzione.

Quinta parte

E infatti non venne loro in mente nessuna idea, niente. Pareva che Anna e le sue pulci non avessero più speranza. Anna, giorno dopo giorno, cominciò a deperire, e purtroppo ad ammalarsi gravemente. Quando il padrone del circo se ne accorse, prese una drastica decisione: Anna doveva essere abbandonata, lei e quelle sue stupide pulci. Tra l'altro ora poteva tranquillamente farne a meno. Giorni fa era arrivato un ragazzo con una buffa scimmietta, e il suo spettacolo era molto gradito ai bambini. Anna e le sue pulci fecero amicizia con Eugenio e la scimmietta, e zia Pulcide cercò di convincerlo della disonestà del padrone del circo:

- Ma zia! - gli rispose Eugenio - Non vorrei che tu dessi i primi segni di vecchiaia! Il padrone del circo è molto buono con me!

- Segni di vecchiaia? - rispose zia Pulcide inacidita - Ragazzo, impara una cosa: mai disprezzare i vecchi e la loro saggezza! Tra l'altro io non sono ancora vecchia, ma sono già saggia! Ascolta con attenzione: fuggi via da questo maledetto circo, finchè sei in tempo. Guarda Anna in che condizioni si è ridotta...e purtroppo il mio fiuto mi suggerisce che stanno per arrivare altri guai...

- Altri guai? - chiese Pulgino preoccupato.

- Si, altri guai mio caro nipote. Sento che il padrone del circo medita qualcosa di orrendo su di noi...lo sento... - continuava zia Pulcide con gli occhi rivolti verso l'alto.

- Se è così lo scoprirò - disse Pulgino balzando giù dal letto in cui era sdraiata Anna.
- Pulgino...Pulgino... - chiamò Anna con un filo di voce. Ma Pulgino era già alla ricerca di qualche indizio.

- Lascialo fare - disse zia Pulcide ad Anna per rassicurarla - sicuramente ha ereditato le doti investigative di suo zio Pulfurbo.

- Pulfurbo? - chiese Eugenio.

- Si, Pulfurbo. Ah, Pulfurbo! Che pulce!

Quel pomeriggio zia Pulcide raccontò le meravigliose avventure di zio Pulfurbo, e nel frattempo Pulgino montò nel cane del padrone, deciso ad ascoltare ciò che quella strategica posizione gli avrebbe concesso.

Sesta parte

A questo punto della storia, cari ragazzi, sicuramente vi aspetterete che Anna sarà prima o poi aiutata e liberata da qualcuno, come in tutte le fiabe...Ma questa è una storia vera, e nella vita reale, quando si è nelle difficoltà fino al collo, pochi hanno davvero intenzione di aiutarci, di sostenerci. Spesso si suscitano sentimenti meschini, o di indifferenza. Chi potrebbe aiutarci, talvolta fa qualcosa come per sistemarsi la coscienza, ma poi quest'aiuto si rivela un palliativo momentaneo. Certo, non si può credere di risolvere i propri problemi o di rimediare ai propri sbagli solo grazie agli altri. E' così che si tenta di reagire e di uscire dall'incubo. Così fece anche Anna, cari ragazzi. Trovò la forza di reagire, di superare la malattia, di riunire tutte le sue pulci e di incitarle ad un lavoro di squadra. Ciascuna di loro ebbe un compito, e vi garantisco che nessuno a memoria d'uomo ha mai visto una squadra così affiatata, così unita in un unico obbiettivo. Una mattina, sul fare dell'alba, Anna salutò Eugenio, e riuscì a scappare dal circo insieme alle sue pulci. La paura era tanta, e le tremavano le gambe, ma ormai era decisa a recuperare la sua vita. Passarono circa 20 giorni prima che Anna potesse rivedere la sua casa, e si racconta che furono momenti di grande emozione per tutta la famiglia. Da quel giorno Anna abbandonò sogni assurdi, e cercò solo di vivere una realtà semplice. Fu felice? Si racconta che visse serena. Da quel giorno trovò il modo di esprimere i suoi sogni scrivendo fiabe, novelle, racconti immaginari. Le raccontava ai bambini del quartiere, che l'ascoltavano con occhi pieni di curiosità e di interesse. Il racconto più conosciuto è "Il circo delle pulci" ma nessuno ha mai saputo se fosse fantasia o realtà.


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Rossella Usai
Calci (PISA)
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