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Racconti incredibili
Un doppio accidente con lo schok

Sarà capitato anche a voi di recarvi dal medico di famiglia per qualche disturbo di salute, e dopo averglielo dettagliatamente esposto sentirsi rispondere:

- E' ansia!

E' capitato anche a me, tantissime volte, fino al giorno in cui mi recai da un dottore davvero particolare. Ero alla fermata dell'autobus, e discorrevo con una vecchietta. Non so come fu, ma si incomincio a parlare circa la sanità e la salute, ma lei pareva sana come un pesce, nonostante l'età avanzata.

Mi svelò in un orecchio un segreto, un segreto "segretissimo" mi disse, che non aveva mai svelato a nessuno.

Naturalmente la mia curiosità non mi permise di evitare di recarmi dove mi era stato indicato dalla vecchietta, nonostante sentissi in me delle strane voci allarmanti.

Il luogo sarà distante: non importa ho tutto il tempo che voglio.

Il luogo sarà sinistro: non importa, non credo ai fantasmi.

Il luogo sarà buio: non importa, porto con me una pila.

Il luogo è mal frequentato: non importa, non posso incontrare un peggiore elemento di me.

Il luogo è inesistente: e qui, credetemi, ho avuto un dispiacere. Il luogo pareva davvero inesistente. Per mesi ho chiesto informazioni rischiando il ricovero per direttissima in psichiatria. Niente, il luogo indicato non esiste, o meglio così ero convinta, dopo tutte quelle ricerche. Ma invece, inaspettatamente ho scoperto che il luogo esisteva davvero, eccome se esiste, è sempre esistito!

Un giorno stufa di essere stufa, stanca di essere stanca, annoiata della noia stessa...ecco che accadde un fatto strano. Squillò il campanello: era l'amministratore del condominio. Peggiore visita non si può ricevere, quando si è stufi di essere stufi, stanchi di essere stanchi ed annoiati della noia stessa! Ma non fu come credevo io. L'amministratore mi chiedeva di sostituirlo per un mese, (lui andava in ferie) e mi indicava cosa avrei dovuto fare e come lo avrei dovuto fare, oltre la paga precisa, dato che io puntavo molto sulla ricompensa. E' così che, seguendo quelle indicazioni, mi recai in un'altro dei condomini che lui aveva l'incombenza di amministrare, e dovetti suonare il campanello del Dott.Smith, che da ben 6 mesi si rifiutava drasticamente di aprire la porta e di pagare la retta condominiale.

Nessuno l'aveva potuto convincere ad aprire quella porta, neanche alle suppliche più disperate aveva risposto. Per dire la verità, neppure una sillaba sentirono, nè lo videro mai uscire da lì dentro. Eppure qualcuno vi viveva, poichè l'inquilina del piano di sotto lamentava rumori molesti: spostamenti di mobili, perdite d'acqua dal soffitto del bagno, crepe nelle mattonelle del salotto causate dai continui "lavori di manutenzione" che pareva venissero svolti giorno e notte al piano di sopra.

Ma io sono entrata, anche se voi non ci crederete. Neppure l'inquilina del piano di sotto ci credeva, ma poi si è dovuta arrendere all'evidenza. Il povero Dott. Smith era morto: vide passare 2 persone di fronte al portone di casa sua, che portavano giù per le scale la bara. Povero Dott. Smith!!

Ma io non credo alle apparenze. Qualcosa mi diceva che il Dott. Smith era ancora là dentro. Lo sapevo, non so neppure come. Mentre tutti nel condominio erano impegnati a discorrere del povero Dott. Smith, io alla chitichella mi sono avviata verso il portone di casa di lui.

Era socchiuso: sono entrata senza indugio.

Era tutto buio: ho acceso la mia pila.

Era sinistro: ho alzato le spalle con noncuranza ed ho incominciato a curiosare dappertutto.

Era mal frequentato? Credo di si. Qualcuno mi ha colpito dalle spalle, un bel colpo dato di forza, credo con un bastone, lungo la vita e le reni. Un dolore lancinante ed eccomi stesa in terra, stordita e dolorante. Ma la persona che mi aveva colpito pareva inesistente. Non mi abbatto per simili inezie, e dunque a fatica mi sono rialzata. Ma girare in quell'appartamento sembrava inutile. Tutto era perfettamente in ordine, come una stanza d'albergo appena ci si entra. Non avendo indizi, e cominciando ad essere stufa, stanca ed annoiata, ho deciso di accantonare lì per lì la faccenda una volta per tutte, dirigendomi di tutta fretta e con un certo ghigno nel viso verso la porta.

Ma credo che quando si abbandona tutto, speranza, illusioni, ideali, chissà come rispuntano fuori da qualche parte. A me non andò esattamente così: due mani secche, quasi scheletriche, uscirono inspiegabilmente dal pavimento, bloccandomi le caviglie. Ve lo racconto, anche se so già che non ci crederete, ma quelle mani mi infilarono attraverso quel pavimento e mi trascinarono in luoghi indescrivibili, indescrivibili perchè non li vedevo, sentivo solo come un sibilo, come quello della pentola a pressione. Ma perchè? Non mi ci angosciai più di tanto: durante tutta la mia vita non mi ero mai sentita tanto viva, tanto piena di speranza (specie di non lasciarci la pelle!), tanto piena di ideali: immaginavo di incontrare una persona speciale!

Il viaggio durò a lungo. Non mi piacciono i viaggi lunghi pertanto iniziai ad essere nuovamente stufa, stanca ed annoiata...ma proprio quando stavo per cominciare a dire qualcosa, ecco che ero lì: davanti a me c'era lo studio del Dott.Smith! Uno studio come un'altro, niente di particolare. Una lunga fila di attesa per entrare, le solite vecchie riviste di 3/4 anni prima, i bimbetti che urlavano e bisticciavano, le vecchiette ed i vecchietti, che discorrevano dei loro "bei tempi". Io? Semplicemente ho aspettato. Avevo 35 persone davanti, c'era persino la macchinetta per distribuire il numerino come ai supermercati. Finalmente fu il mio turno.

Il Dott.Smith, non era un vecchietto, ma un bel giovanotto da levare il fiato, lo studio non era vecchio ed antiquato, ma all'avanguardia. Il metodo della visita medica pareva uguale a quella di qualsiasi medico, e pertanto ho iniziato ad esporre i miei sintomi, ma lui mi ha interrotto quasi subito dicendomi:

- Un doppio accidente con lo schok!

- Come scusi? - ho chiesto io intimorita, e confusa.

- Un doppio accidente con lo schok, lei ha un doppio accidente con lo schok.

Ma siccome io continuavo a guardarlo come inebetita, lui ha continuato:

- E' un doppio accidente con lo schok, mi creda, i sintomi sono inequivocabili.

C'è solo da stabilire donde proviene. I doppi accidenti con lo schok, vengono sempre inviati da qualcuno. Lei ha dei nemici?

- Ma no! Credo di no...spero di no...mi illudevo di non averne...pensa già chi sia stato?

- E' chiaro che lo so già, altrimenti che medico sarei?

- Oh! E allora cosa pensa di fare?

- Quello che faccio sempre in questi casi.

Dopo questa affermazione, il mio interesse era cresciuto molto in tutta questa faccenda, e lo seguivo con lo sguardo per tutto lo studio. Trafficava nei cassetti, apriva e richiudeva libri, odorava alcuni medicinali. Ma tutto d'un tratto ecco il fatto: un flash come di 100 macchine fotografiche, che mi hanno completamente accecata. Accecata, ma non rimbecillita:

- Ma che fa? E' impazzito? Perchè mi lega mani e piedi?

Urlavo con quanto fiato avevo in gola, e lui per ultimo con una pinza prelevò dalla mia bocca la lingua tirandola e tirandola, poi me la appiccicò nel mento con del nastro adesivo. Cosa potevo fare? Cominciai ad essere stufa, stanca ed annoiata, e lui per ovviare a questi tre sintomi, mi ha dato un bel cazzotto in testa.

Vi sembrerà la fine di un racconto bizzarro, ma siccome non è un racconto ma verità vissuta, e siccome non è nè più nè meno bizzarro della vita stessa, continuerò a raccontarvi il resto, che vi piaccia o no!

Non so quanto tempo passai in quelle condizioni. Quando fui liberata, ero in un posto delizioso, che questa volta vi posso descrivere poichè era davanti ai miei occhi. No, non ve lo descrivo, tanto non ci crederete! Ma si, qualcuno tra di voi ci crederà come ci ho dovuto credere io. C'era anche quel bellimbusto del Dott.Smith, tutto rilassato presso un laghetto cristallino, che pareva uno specchio.

- Ah! Lei è qui!

- Certo che sono qui, dove vorresti che fossi, devo o non devo curarti dal tuo doppio accidente con lo schok?

- AH! Il trattamento che mi ha riservato in ambulatorio se l'è scordato? Io no!

- Ecco, era necessario. E' previsto un primo trattamento d'urto in questo tipo di malattie, poi ne segue uno più dolce.

A quelle parole mi sono molto rilassata e prontamente mi sono seduta accanto a lui; poi mi sono sdraiata accanto a lui; poi l'ho baciato, dato che lui era a mezzo centimetro dalla mia bocca, voi che avreste fatto?

Fu inebriante! Non credo ci siano farmaci nella terra tanto potenti, nè droghe, nulla può curarti come un bacio del Dott.Smith! E in effetti dopo stavo benissimo! Spariti i dolori reumatici!

- Ora vieni con me - ha detto lui prendendomi per la mano.

- Dove si va? - ho chiesto io curiosa come una bambina di tre anni.

- Alla cascata dei malanni inviati.

- No, non ci voglio venire - ho detto io puntando i piedi, perchè non torniamo al laghetto?

- Il laghetto è la seconda terapia quella dolce, ora c'è...

- Non ci sarà mica un'altra terapia d'urto perchè io me ne torno a casa! - ho detto io inviperita.

- A casa? Nessun malato torna a casa, se non completamente guarito, mettitelo bene in testa: questa è una clinica seria!

- Ah! E' una clinica? - ho detto io stupita.

- Si è la mia clinica, e ne sono orgoglioso! Ma ora concentrati, pensa con tutte le tue forze a tua zia Alberta.

- Che c'entra quella antipatica?

- C'entra, perchè è lei che ti ha inviato un doppio accidente con lo schok!

- Pensai allora a mia zia Alberta, ma riuscivo solo ad immaginarla strozzata, avvelenata, sparata, e cose del genere. Lui se ne accorse.

- No! Stai sbagliando! Devi pensare a tua zia Alberta come al tuo bene più prezioso.

- Non ci riesco...me ne torno a casa!

- Che fissa! Non puoi uscire dalla clinica! Ti ho detto di pensare ardentemente a tua zia Alberta come al tuo bene più prezioso.

- Ma se gli puzza il fiato!

- Non importa!

- Ma se è piena di orribili nei pelosi!

- Non importa!

- Ma se ha persino i baffi!

- Ah! Allora ti capisco! Ti aiuterò io con un'altro bacio, dopo un'altra terapia dolce, sentirai tua zia come il tuo bene più prezioso.

E così fece. Aveva ragione, dopo senza difficoltà riuscii a pensare a mia zia come al bene più prezioso, ci riuscii davvero, è incredibile! Cominciai a dire che dovevo andare via dalla clinica di volata, poichè avevo lasciato sola mia zia Alberta, e tanto insistevo e smaniavo, che io Dott.Smith fu costretto a darmi un'altro bacio terapeutico. Ero più tranquilla dopo. Pensavo sempre che mia zia fosse il bene più prezioso che avevo, ma con più serenità. E così che siamo giunti alla cascata dei malanni: un vero spettacolo mozzafiato.

- La terapia, prevede che io e te la si attraversi, per entrare in una grotta che c'è dietro completamente svestiti, mano per la mano.

- Ok! - ho risposto io senza indugi.

Se non avete mai fatto una terapia con il Dott.Smith, è l'ora che vi decidiate. Anche qui, sensazioni indescrivibili, accompagnarono tutto il tempo della terapia. L'acqua della cascata era a temperatura perfetta: nè brividi, nè caldo. Infatti al caldo ci pensava il Dott.Smith, che provvedeva, direi abbastanza spesso, a baciarmi con passione. Pertanto il mio corpo non ha mai avuto una temperatura corporea così perfetta. Uscita dalla cascata, sentii con certezza, che non avrei mai più avuto febbre, brividi, sudate fredde. Ero guarita da quei sintomi una volta per tutte!

- Lei è bravissimo! - dissi entusiasta al Dott.Smith, tra un bacio e l'altro. Diceva che tra tutte le sue pazienti non ne aveva mai visto una così bisognosa di replicare la prima terapia dolce, quella appunto del bacio.

- Sono molto grave? - gli ho chiesto io.

- Si, ma ora stai già meglio. Dirigiamoci verso il bosco delle fragole.

- Che c'entrano le fragole, oltretutto sono allergica!

- Tu non pensarci, ti ho detto di pensare intensamente a tua zia Alberta come il tuo bene più prezioso.

- Ok! - ho detto io senza indugi.

Se non avete mai visto quel bosco, sono sinceramente rammaricata per voi. Ci siamo seduti di fronte ad un cespuglio pieno di fragole, grosse, rosse, succulente. La terapia prevedeva che io imboccassi lui, e lui me. Abbiamo mangiato tante fragole, e la mia allergia pareva sparita. Anche noi, talvolta parevamo spariti dietro quel cespuglio, la lezione continuava anche sdraiati, accanto, accanto: dovevamo guardarci negli occhi, e poi tutto doveva accadere da sè.

- Cosa? Gli chiesi io...

- Lo vidi cosa doveva accadere, e fu così piacevole, così terapeutico, da non credersi.

Il Dott.Smith era il più bell'uomo che avessi incontrato in tutta la mia vita, il più dolce, il più sensuale, il più romantico, il più buono con me, in assoluto.

- Qual'è la prossima terapia? - ho chiesto io stiracchiandomi nell'erba, con una sensazione meravigliosa di benessere addosso.

- Ora si va a casa di tua zia Alberta - rispose lui lasciandomi con l'espressione più idiota del mondo.

- Ma come a casa della zia Alberta? Non aveva detto che non potevo uscire dalla clinica finchè non ero guarita?

- Infatti, non uscirai dalla clinica. Sarà una visita virtuale, lei neppure ci vedrà.

- E allora cosa ci andiamo a fare? Non possiamo saltare questa parte della terapia?

- Non ti permettere di dirmi cosa è meglio per te! Lo so io, solo io, e nessun altro, è chiaro?

- E' chiaro.

Mia zia Alberta abita in cima ad un monte e nessuno la va mai a trovare se non per chiederle dei soldi in prestito. Anche io ci sono andata una volta, ma è così distante, che ho ben pensato di evitarmi la fatica di riportargli i soldi, la mia salute precaria non mi avrebbe permesso uno strapazzo del genere!

Invece, con il Dott.Smith, in un istante eravamo lì. Lei era intenta a contare i suoi soldi di fronte alla cassaforte aperta.

- Ecco dove l'aveva nascosta! - dissi a voce alta.

- Questi cattivi pensieri, uniti al fatto che non hai rispettato il patto di rendere i soldi a tua zia, più la tua istintiva antipatia per lei, ti hanno fatto arrivare il doppio accidente con lo schok. Vai subito a dare un bacio a tua zia!

- Ma se è impegnatissima a contare i suoi maledettissimi soldi!

- Vai, non te lo fare dire un'altra volta.

Che sacrifici bisogna fare per guarire! In quel momento mia zia Alberta non mi sembrava più il mio bene più prezioso, ma poi pensai a quanto era vissuta sola, a quanto tutti i suoi parenti l'avessero abbandonata, (me compresa), nonostante la sua invalidità permanente. Allora non potetti che dargli un bacio e glielo diedi di cuore. D'un colpo, non eravamo più a casa di mia zia Alberta, ma ero con il Dott.Smith dentro un'enorme vasca idromassaggio, circondata di un paesaggio mozzafiato e una serie di camerieri, su di una tavola preparavano per noi una cena, una cena romantica a lume di candela.

Potete avere pranzato o cenato con chiunque, ma tutto è stato insignificante confronto ad una cena a lume di candela con il Dott. Smith! Dovete credermi! Altrimenti è inutile che continuiate a leggere! Brindammo più volte con un ottimo champagne francese, ma all'ultimo brindisi tutto mi si annebbio.

Ero ubriaca?

- Si - disse il Dott.Smith - sei decisamente ubriaca, ma non c'è niente di più terapeutico di una bella sbornia di champagne francese.

Non risposi, non ce l'avrei fatta! Ho dormito per non so quanto in un letto soffice, incredibilmente soffice, dove ero praticamente sprofondata dentro. Ma non ho mai dormito così bene in vita mia! Ma la mia cura non era finita. Nessuno mi svegliò per avvisarmi che ero pronta per un'altra fase della terapia; nessuno mi portò una colazione, niente. Semplicemente arrivò un orso bianco, enorme, e mi prese come un sacco di patate. Non avevo mai viaggiato in quella maniera, ma gli orsi sono così coccolosi, che mi riaddormentai tranquilla e serena: ero convinta di rivedere il Dott.Smith. Ma non lo vidi più, e per l'esattezza non l'ho più visto. Dove mi portò l'orso bianco? In giro per il polo nord, gli era stato ordinato dal Dott.Smith. Disse che un pò d'aria fresca mi avrebbe rinfrescato le idee. Vissi come un orso, per credo 1 anno. Aveva una bella famiglia! La moglie fu molto gentile con me, e mi divertivo molto con i loro piccoli. Avevo imparato a provvedere a me stessa, procurandomi il cibo come loro mi avevano insegnato. Ma un giorno, il Dott. Smith ordinò all'orso un'altro trasferimento, un'altra fase della terapia:

Le idee mi si erano rinfrescate anche troppo (diceva il Dott.Smith).

Salutai tutti con dispiacere.

- Ma quale sarà la mia prossima terapia? - mi chiesi mentre a cavallo di uno struzzo proseguivo verso la prossima tappa.

- Ma con mia grande sorpresa, lo struzzo mi riportò nello studio del Dott.Smith. Mi aspettava un'infermiera grassa, alta, tozza, con un'aria feroce e assassina.

- Si stenda nel lettino!

- No! - ho risposto io - Dov'è il Dott.Smith?

- Lei è pazza! Qui non c'è mai stato nessun Dott.Smith! Si stenda subito nel lettino, ho detto!

E' difficile farmi ubbidire, e di fatto non ubbidii, ma l'infermiera mi afferrò con forza il collo con tutte e due le mani, e mi mise nel lettino. Seguì un massaggio: un momento potevo vedermi con disinvoltura la schiena, e in un'altro avrei potuto mordermi una natica; ora una gamba era lì e poi era là; le braccia sono state più volte annodate, la testa girata in ogni senso, orario e antiorario. Conclusione? Ho vomitato credo parte di me stessa.

- E' bene! - diceva l'infermiera - tutto ciò è bene.

- E' bene? - dicevo io tra un conato di vomito e l'altro - Lei è pazza!!

- No, non pazza! Io essere infermiera ubbidiente!

Ma ormai ero allo stremo delle forze, dovevo pesare la metà: e avevo indovinato! Pesavo la metà di prima, quando l'infermiera mi pesò.

- L'avevo detto che ciò era bene!

- Senta ora io vorrei tornarmene a casa - ho detto io con un filo di voce rauca mezzo strozzata.

- No! No casa!

- AH!!!!!!!!!!!!!!!!!!- ho cominciato a scappare come potevo, nonostante la tremarella alle gambe.

- Ora tu ibernata in speciale frigo.

- Ma lei è una psicopatica!

- No, non psicopatica! Io essere infermiera ubbidiente!

Potetti accertarmi di persona che era davvero ubbidiente. Dopo poco ero tutta avvolta di carta stagnola e pronta per l'ibernazione. Quanto durò l'ibernazione? Non saprei dirvi. Vi posso però dire che mi risvegliai a casa mia, in camera mia, con accanto mio marito. C'era persino il gatto accoccolato ai miei piedi, e mi alzai per andare in camera dei bambini. Dormivano sereni. Era stato tutto un sogno? Tornai a letto stravolta dal ricordo delle incredibili avventure vissute. Non riuscivo a prendere sonno. Mio marito si svegliò, accese la luce, e con un fare diverso dal solito mi disse:

- Che c'è, stai male?

- No sto benissimo...

- Vieni qui con me...

Mi abbracciò teneramente e mi baciò. Mi addormentai serena, e la mia vita cambiò radicalmente da quella notte. Il Dott.Smith aveva guarito me e aveva anche trasformato la mia vita. Non mi sono mai più ammalata da quel giorno, ma so dove andare se mi dovesse ricapitare.




La necheabbaia


La "Necheabbaia" è una strana, rara, recente malattia moderna. Tutti e ovunque ne possiamo essere colpiti, ma è più facile contrarla nelle degenze in ospedale, nelle case di cura, e nelle cliniche. Ho tristemente scoperto i bizzarri sintomi di tale malattia, durante un recente ricovero ospedaliero. Ero stata messa in guardia dal mio medico curante.

- Stia attenta a non contrarre la "Necheabbaia"!

- Cos'è? - ho chiesto io con timore.

- E' una strana, recentissima, e sempre più diffusa malattia dei nostri tempi. Non si sa perchè venga, non si sa come guarisca. Sembra solo che i soggetti più predisposti siano le donne oltre i 55 anni di età.

"Allora io posso stare tranquilla", ho pensato tra me, ma non è andata così.

Il ricovero è stato fissato in una clinica privata, convenzionata con il Servizio Sanitario Nazionale (altra, pare, causa che potrebbe predisporre a contrarre la malattia). Comfort alberghiero, ottima assistenza infermieristica e medica, tutto pareva perfetto. Se non che, all'improvviso, ho scorto nella paziente che condivideva la camera con me, i sintomi della malattia. Lì per lì, non me ne sono resa conto, pareva piuttosto una nevrosi marcata, ma no! Era la "Necheabbaia"! Sono stata presa dal panico. Che fare? La degenza nell'ospedale, era stata decisa per ben dieci giorni, ed io ero appena alla terza giornata! Ma poi ho pensato che non ero un soggetto a rischio, data la mia età. E così, che ho deciso di osservare la paziente colpita da "Necheabbaia", onde potere studiare la malattia. Una sorta di aiuto, alla ricerca di una possibile cura. Mi impegnai seriamente. Il tempo in ospedale non passa mai, e così, in un taccuino che avevo portato con me, cominciai ad annotare tutto, ma proprio tutto ciò che la "Necheabbaia" causava alla donna con cui dividevo la camera. Avrete da stupirvi, e forse da spaventarvi, specie se siete dei soggetti a rischio.

La donna ha cominciato col presentare una strana fobia per lo sporco. Tutte le persone, per una malata di "Necheabbaia" sono sporche, lei sola è pulita. L'ambiente che viene a contatto con le persone, è sicuramente sporco e da evitare, solo il luogo dove vive lei è pulito. Ciò, applicato al mio caso, equivaleva a due zone nella nostra camera. La sua, linda, pulita, igienizzata; la mia, naturalmente sudicia, sporca, da evitare. Per non parlare del bagno. Una assoluta raccolta di sudiciume, ma solo dopo che me ne ero servita io. Prima di servirsi di un bagno, la malata di "Necheabbaia", provvede a disinfettare maniglie e sanitari con salviette igienizzanti, utilizzando guanti e una mascherina nel volto. Mille precauzioni erano prese nei miei confronti. Mi sembrava di essere davvero sporca e infetta. Al mattino osservai un'altro serio sintomo della "Necheabbaia". Fu per me un vero problema! Impossibile potermi servire del bagno per i primi "impellenti" bisogni fisiologici. Lei riusciva in ogni modo ad anticiparmi in bagno, (sono abilissimi in questi trucchetti i malati di "Necheabbaia"!). Il ritiro prevedeva, una supposta di glicerina con successivo effetto; gargarismi; pulizia approfondita del naso; ceretta depilatoria; doccia, seguente massaggio con borotalco; messa in piega con spazzola elettrica, cura della pelle del viso. Tutte queste operazioni mi erano poi descritte minuziosamente, onde io potessi capire bene che la malata di "Necheabbaia", ci tiene a precisare che stima solo le persone pulite (non so quali, dato che è pulita solo lei). Nel frattempo, io mi esercitavo a contenere ciò che, invece, l'intestino voleva espellere. A nulla valgono, in questi casi, le timide "bussatine" alla porta, e le supplichevoli richieste di liberare il bagno. La malata di "Necheabbaia" non sente ragioni, e questo, è il sintomo più difficile da sopportare per chi convive con il paziente. Il momento della colazione, quello del pranzo e della cena, erano angosciati dalle lamentele tipiche dei malati di "Necheabbaia". Nessun cibo va mai bene per loro. Questo e troppo duro; questo è sfatto; questo è filaccioso; questo è molle; questo è marcio! Ma non solo. Di solito il cibo è anche mal cucinato, sicuramente di incerta provenienza, non fresco, forse, anzi sicuramente, infetto, o infettato appositamente da qualcuno. Ma chi? Chi potrebbe essere stato?

L'angoscia del ricercatore, in questo caso io, cresce. Ci si chiede se la ricerca scientifica meriti tali sacrifici. Ma poi qualcosa ci spinge ad andare avanti, con o senza aiuti. E' così che si fa un ennesimo sforzo. Si accompagna l'ammalato di "Necheabbaia" al distributore automatico di bevande calde. Solitamente, è dimostrato, il malato di "Necheabbaia" ama infilare le monete in queste macchine automatiche, irresistibilmente. Anche fosse un elefantino che dondola con il sottofondo della colonna sonora del film "Dumbo". Non monta sull'elefantino, e si lamenta di non poterlo fare date le dimensioni ridotte dell'animale, ma non si sa ancora bene perchè, deve comunque introdurre le monetine. E' così che, forse vi immaginerete, il caffè è pessimo, il cioccolato pare che sia addirittura avvelenato dall'infermiera che ha fatto la notte, e l'innocuo cappuccino è stato addirittura accusato di essere afrodisiaco. Per me, nonostante i buoni propositi è stato troppo. Sono fuggita con il mio caffè. Il giardino, i suoi fiori profumati, l'aria, il sole, hanno fatto si che i buoni propositi iniziali tornassero a galla.

Ma un ricercatore, spesso cammina su una strada che non sa dove lo porterà. E' così che io, salendo le scale che mi riportavano in quella fatidica stanza, non sapevo proprio nulla di ciò che avrei scoperto di lì a poco. La malata di "Necheabbaia" era sotto il letto, per il terrore di una puntura. L'ago era troppo lungo, troppo affilato. La medicina pareva troppo gialla, densa. Impossibile iniettarla! L'infermiera, con una pazienza encomiabile, cercava di convincere la paziente che era solo un inezione contro i dolori reumatici. Ma che fare? La malata di "Necheabbaia", pur avendo altre malattie, anche molto gravi, si rifiuta drasticamente di curarsi, vuole solo tornare ad essere come prima. Tale e quale, senza storie. Se i medici non ne sono capaci, lei non intende ragioni. O come prima, o nulla. Assolutamente impotente, di fronte a tale drammatica realtà, non avevo altra scelta. Ho collaborato con due medici e tre infermiere per tentare una cattura della paziente da sotto il letto, con successiva siringa. Facile a scriversi, facile a leggersi, ma da qui a metterlo in pratica...

Fatto sta, che nella confusione di quella stanza, strascica di qui, rincorri di là, siamo stati tutti rinchiusi nel bagno. Da chi? Ma naturalmente dalla malata di "Necheabbaia". Infatti, spiegavo loro mentre eravamo rinchiusi là dentro, i malati di questa strana malattia, prima o poi devono rinchiudere qualcuno da qualche parte. Il soggetto che studiavo io, doveva essere grave. Ben 6 persone aveva rinchiuso in un colpo solo! Il caso cominciava a farsi complicato, particolarmente grave.

- Riusciremo a salvarla da una morte orrenda? - ha chiesto un'infermiera recentemente arrivata in quell'ospedale.

- Ma che dice? - ho risposto io - Non è mai morto nessuno di "Necheabbaia"!

- Davvero? - ha chiesto il primario della Reumatologia, quasi sconvolto.

- Nessuno, le assicuro. E' piuttosto il problema opposto. Pare verrà riconosciuta l'invalidità del 100%, a chi può dimostrare di avere assistito un malato di "Necheabbaia" per tre mesi di fila.

Una volta liberati dalla nostra prigionia, la povera malata di "Necheabbaia" pareva fosse sparita dall'ospedale. La mia ricerca scientifica era dunque terminata? Ma invece, inaspettatamente, la malata eccola lì. Stava simpatizzando con il giardiniere, intento a sostituire alcune piante. Ho appena fatto in tempo a dire:

- Attento!

Fatica sprecata! Un vero malato di "Necheabbaia" si riconosce in questi casi. Appena vede una persona inchinata, non resiste. Forse, i psicologi dicono che tenta di resistere, ma poi ecco! Parte un calcio nel di dietro, del povero malcapitato, lungo e profondo, di quelli che neppure i muli tirano. Il povero giardiniere è stato poi ricoverato d'urgenza, e non si sa cosa si sia potuto salvare, e cosa invece sia andato perduto per sempre. Era troppo! Il mio taccuino era pieno di interessanti scoperte scientifiche, ho firmato e sono tornata a casa. Cosa potevo fare? Ho pensato subito di scrivere tutta la mia esperienza. Lo scopo? Consentire alla gente di avere un valido metodo per sapere se si è in procinto di ammalarsi di "Necheabbaia" o no. Come? Se siete giunti fino a questo punto del racconto, è un sicuro sintomo di assoluta mancanza di "Necheabbaia". Nessun malato di questa strana malattia, sa leggere un racconto tutto intero, qualunque esso sia. Ma d'altro canto, è anche vero, che qualcuno si è lamentato di essersi ammalato proprio dopo avere letto un racconto, non si sa quale. Ecco, se siete tra quest'ultimi, questo è un sicuro sintomo di "Necheabbaia". Vi consiglio di correre ai ripari. La cura? Pare facciano bene gli impacchi con acqua e aceto, ma non è confermato; qualcuno dice che è guarito succhiando un bastoncino di liquirizia, ma una ricercatrice come me, deve dire la verità. La "Necheabbaia" non può guarire. L'unico metodo è scoperto è praticamente impossibile applicarlo sul paziente. Ma c'è chi ha osato tanto. Non si sa bene dove, ma pare che un tale, dopo tanti anni che sopportava la moglie ammalata di "Necheabbaia", abbia preso una drastica risoluzione. Quale? Non è sopravvissuto per raccontarcelo.

Rossella Usai





La novella...del mago di Firenze: ovvero come sono nate le mutande.

C'erano una volta, miei cari lettori, un re ed una regina...no! C'erano un paio di mutande...

La storia risale a tempi remoti, remoti al punto tale che non è possibile datarli.

In quell'epoca, uno scienziato pazzo, ebbe un'idea: inventare le mutande.

Fino a quel giorno nessuno al mondo ne aveva sentito la necessità, e anche grazie a questo che popolarono il mondo...

Ma un giorno, ecco, accadde il fatto: come vi ho detto questo scienziato inventò le mutande, e siccome era pazzo, aveva libero accesso alle conoscenze con i politici di quel tempo.

Venne così emanata una legge: mutande obbligatorie, sia per gli uomini che per le donne. Pena? Multe severissime, fino (allora) alla decapitazione. La gente soffriva per questa nuova imposizione. Sarebbe stato meglio per loro qualsiasi altra imposizione, ma non quella!

Ma furono costretti a indossare queste mutande. E' indescrivibile cosa accadde.

Fecero persino dei corsi gratuiti per imparare a sopportarle, vi furono convegni, gruppi di aiuto, nulla, nessuno le voleva addosso. Ma dovevano. Lo scienziato pazzo sparì di circolazione e di lui non si seppe più nulla. Ma negli anni a venire, fino al giorno d'oggi, tutti si sottomisero a questa legge. Ma le donne, che sembrano il sesso debole, si sono sempre ribellate!

Mutande si, oggi giorno, ma ridotte al minimo indispensabile!

Talvolta ne fanno a meno rischiando con disinvoltura gravi conseguenze.

Gli uomini. Ubbidienti come agnellini! Mutande fino alla vita, o comunque simulate in "boxer" tipo calzoncini, coperti insomma da soffocare.

Ma non le donne! E negli approcci sessuali? I due si avvicinano, si guardano negli occhi e lei nel frattempo ha già fatto volare via le sue mutandine, con tale e tanta soddisfazione, che le si legge negli occhi.

L'uomo accanto, invece, intento a contemplare le roteanti acrobazie delle mutandine lanciate, è un pò in rilento e quando si sveglia, e la donna è già bella e pronta dentro il letto, lui se le sfila con una lentezza da pazienza Certosina.

Ecco cari amici la realtà. Ma questa realtà un bel giorno, e devo dirvi non in un tempo lontano, ma in un tempo assai vicino ad oggi, fu stravolta ancor di più.

- Ma da chi? - chiederete voi.

Da un mago Fiorentino, nativo della rinomata città, per le sue opere d'arte. Il mago, non fece che inventare una frase magica:

- Ovvìa levati le mutande!

Gli balenò in testa mentre inzuppava un biscotto nel caffelatte, non si sa come. Credette in una frase passata per la testa come un'altra. No, cari amici, non fu così. Entrò in un supermercato e, sottovoce, nascosto tra le verdure, pronunciò tale frase. Vi fu un putiferio! Ogni donna, qualsiasi età avesse, dette scandalo. Tutte furono arrestate per atti osceni in luogo pubblico, ma per dire la verità non proprio tutte, le più racchie. Le altre trovarono molti che si prodigarono per coprirle, con il chiodo fisso nella testa, di riscoprirle quanto prima.

E, il mago? Chiederete voi? Scappò alla chetichella.

Un giorno il mago conobbe una donna. Volle provare la frase. In men che non si dica le mutande della donna erano volate via. Il mago pensò:

- E ora che si fa?

Voci di popolo, riportano che trovarono il modo di trascorrere il tempo.

Alla fine della giornata, dopo molti impegni, la donna tentò di recuperare le sue mutande.

- La legge me lo impone! - disse al mago.

E' così che cercandole di qua e di là, in ogni posizione, il mago che poteva solo guardare, ebbe dei dubbi sulla resistenza del suo cuore. Ma le mutande furono finalmente trovate ed indossate e la donna, pur rammaricata, e pur sentendosi soffocare, ubbidì alla legge.

E il mago?

E la donna?

E gli uomini e le donne di tutto il mondo?

Come finisce insomma questa novella?

Finisce a letto naturalmente. Poichè negli anni, è sempre stata raccontata sotto le coperte, con conseguenze estremamente piacevoli.

Insomma lo scienziato pazzo vinse un premio nobel per l'invenzione!

Vi basta?



GATTO STUFO

 
Cari amici,

questa è la storia di un gatto che visse tanti anni fa, di un gatto come gli altri, con la differenza che lui era "stufo". Era una caratteristica tipica di una nuova specie? Ma? Io so che per anni dopo la sua scomparsa è stato studiato dagli scienziati, onde potere capire. Capirono qualcosa? No cari amici, non capirono nulla, e anzi divennero "stufi" pure loro a furia di ricercare e ricercare, di fare studi su studi. Un bel giorno, un ragazzino di 13 anni, di fronte ad uno di questi ricercatori impegnato a studiare quel famoso "Gattostufo", gli disse:

- Io so perchè era stufo.

Lo scienziato si girò di scatto con un'aria assatanata:

- Perchè?

- Perchè era malato, e la sua è una malattia contagiosissima, non solo per gli animali ma anche per gli uomini. Se lei continuerà a cercare un preciso perchè, si ammalerà anche lei. Non c'è un preciso perchè: era un "Gattostufo", tutto qui! Quante storie che fate a volte voi scienziati!

E detto questo continuo a seguire gli allievi della classe che guidati da una maestra secca e scattante come una molla, erano in "gita istruttiva" per vedere dal vivo un laboratorio di ricerche scientifiche. Il povero scienziato, dopo quella rivelazione, pianse tutte le sue lacrime per l'emozione! Finalmente poteva tentare di scrivere la storia di "Gattostufo", e credetemi, ci provò per ben 6 mesi, accartocciando tutto quello che scriveva. Nulla! Non ci fu niente da fare. Ogni sua speranza di scrivere un best-seller circa "Gattostufo" era svanita nel nulla. Fu così che andò a fare ciò che molti fanno quando ogni speranza svanisce: si recò in un bar e decise di ubriacarsi a dovere! Ma nello stesso bar c'era quel ragazzino, proprio quello che 6 mesi prima gli aveva svelato la verità su Gattostufo.

- Chissa poi se era vero? - si domandava lo scienziato bevendo come una spugna.

Ma ecco che il ragazzino lo riconobbe e si avvicinò a lui.

- Ma che fa? - chiese guardando quell'uomo dall'aria già decisamente ubriaca.

- Mi prendo una bella sbornia, a te che ti frega?

- Oh, nulla! Ma vedete io a casa ho un discendente di Gattostufo, e anche lui ha la stessa malattia. Ma lei è troppo ubriaco, non so neppure perchè glielo ho detto!

- No, no! Hai fatto bene. Portami da lui!

Ma il ragazzino era di indole bizzosa e gli disse un bel "NO" nella faccia andando via dal bar a gambe levate. Da quel momento in poi nessuno seppe più nulla del povero scienziato, mentre giornali, riviste, televisioni, case editrici, tempestavano di chiamate il povero ragazzino. Ma lui, che non aveva intenzione di mostrare il suo Gattostufo, non volle avere a che fare con nessuno di loro, e non ci fu verso! Ma un bel giorno, fu Gattostufo stesso a decidersi. Stufo di essere figlio di Gattistufi, ossessionato dalla sua malattia ereditaria, era pronto a sfogarsi e a raccontare ogni cosa. Lo confidò al suo amico, il suo giovane "padroncino". Lui era un gatto, e si sa che i gatti non parlano, ma come prima rivelazione devo dirvi che un vero Gattostufo parla. Insomma ecco cosa successe: venne fissato un appuntamento da un redattore di un noto quotidiano. Nell'intervista Gattostufo gli avrebbe raccontato tutto, ma proprio tutto, promise... Un'unica clausola. Avrebbe concesso l'intervista solo alle isole Hawai, spesato di tutto per il viaggio, lui e il suo padroncino. Il redattore ingollò questo boccone amaro, non sapeva come l'avrebbe presa il suo capo, ma era certo che non c'era scampo: dovevano accettare altrimenti l'intervista sarebbe passata alla concorrenza. E' così che Gattostufo si preparò insieme al suo padroncino per un viaggio meraviglioso, un viaggio che lui aveva sognato da sempre, e che anche i suoi antenati avevano sognato, ma che non avevano potuto realizzare.

Un bel giorno, all'albergo in cui alloggiavano Gattostufo e il suo padroncino, arrivò il redattore con tutta l'attrezzatura per fare un'intervista da "Scoop"! Gattostufo pareva già stufo, solo vedendo il redattore, ma poi, accomodato su di una poltrona, rilassato dalla sua musica preferita, satollo come un re (i pasti erano abbondanti e ottimi), incominciò a dire:

- Da dove devo incominciare?

- Ma dall'inizio, la prego, Sig. Gattostufo! - disse il redattore con un fare accanito.

- Proprio dall'inizio, devo raccontare tutta quella nenia?

- Si, la prego... - continuava supplichevole il redattore.

- Ok! L'avete voluta voi. Non posso che iniziare a raccontarvi del primo Gattostufo della storia: il mio più antico antenato. Era un gatto come gli altri prima di diventare un Gattostufo. Ma purtroppo per lui finì nelle mani di una Stregatta.

- Una Stregatta? E cos'è - chiese il redattore scrivendo il tutto, senza perdere una virgola.

- Senta se non sa neppure cos'è una Stregatta, io credo che lei sia un'incompetente e non sia in grado di intervistarmi.

- La prego, Sig. Gattostufo, il fatto che io non sappia cos'è una Stregatta non vuol dire nulla, e poi prometto di ascoltare con interesse e apprendere con altrettanto interesse.

- Ok! - disse Gattostufo con un'aria annoiata - Allora: dicesi Stregatta una donna di circa mezza età, dall'aspetto ripugnante, dall'alito stomachevole, dal carattere volubile e stravagante...



- Ma lei sta praticamente descrivendo una semplicissima strega! Nulla di nuovo! Le assicuro che questo non interesserà molto al giornale...- disse il redattore un pò seccato.

- Esca subito da questa stanzaaaa!!!- disse Gattostufo come una furia.

- Mi scusi, non credevo, non pensavo...

Ma sta di fatto che il redattore venne buttato fuori dalla camera, con una buona dose di graffi nel viso. Gattostufo era veramente in collera! Ci volle del bello e del buono per calmarlo! Ma si sa che i giornalisti non mollano, ed il giorno dopo tornò, pentito, pentitissimo, disse.

Allora Gattostufo continuò:

- Allora: dicesi Stregatta una donna di circa mezza età, dall'aspetto ripugnante, dall'alito stomachevole, dal carattere volubile e stravagante....ma dal cuore d'oro! Ogni Stregatta, di solito è ripugnante, stomachevole, volubile e stravagante, ma a volte ce ne sono alcune che non sono affatto così, ma sono bellissime. Ecco al mio antenato capitò di vivere in casa di una dell'ultimo tipo descritto. Purtroppo l'ultimo tipo descritto ha un piccolo difetto: è schizofrenica!

- Oh! Ma allora era meglio la prima delle Stregatte descritte! - disse il redattore.

- Ma guarda che cretino, che mi ha inviato la redazione!! Ma è logicissimo che era meglio la prima! La seconda era convinta che il suo gatto fosse misterioso, che avesse una mente soprannaturale, che sapesse calcolare meglio di un matematico quale posto riuscisse a mandare in tutte le furie la Stregatta se lui ci saliva sopra. Ma non solo, lo seguiva strisciandogli dietro, per scoprire se vedesse entità che a lei non era concesso vedere, cercava, si sforzava di capire...

Non riuscendo a capirci un bel tubo, decise di provare delle nuove strategie: chimiche, con degli strani intrugli, medicinali (inventati da lei) purchè lui potesse esprimerle la sua anima, e infine una serie di esercizi di ginnastica da lei inventati. Niente, alla fine giunse solo a scoprire una per lei tragica realtà: un gatto è un gatto e niente altro. Si fermò solo a questa considerazione e mise fine ai suoi giorni in modo tragico: mangiò una pentola intera di minestrone di fagioli. Morì sul colpo!

Il mio povero antenato divenne un Gattostufo da quel giorno in poi, solo per un motivo: la Stregatta era giunta a capire tutti quei misteri che era convinta avesse il suo gatto, proprio quando disse: un gatto è un gatto e niente altro!

- Io non ci capisco nulla! - disse il redattore grattandosi quei tre peli che aveva in testa.

- Ma guarda che cretino mi ha inviato la redazione! Ecco ho deciso che a lei non racconterò più altro, le mostrerò la foto del mio povero antenato.

Non era bello, ma consideri che ha bevuto tanti di quegli intrugli, che è stato allungato e accorciato come una fisarmonica, e che ha soprattutto sopportato una Stregatta del peggiore tipo.

Fu così che Gattostufo e il suo padroncino, terminata la vacanza, tornarono a casa.

Venne pubblicato nel quotidiano un articolo dedicato all'antenato dell'attuale Gattostufo, e pareva che la cosa finisse lì.

Ma invece, un giorno il telefono squillò di nuovo: questa volta era proposta un'intervista da una celebre rivista per soli gatti e gattofili.

- NO! A loro non racconto nulla! - disse Gattostufo.

E invece venne convinto: l'intervista sarebbe stata fatta a New York, in un lussuosissimo albergo da stramiliardari.

E' così che Gattostufo vide per la prima volta una delle metropoli più belle del mondo, ma un giorno arrivò il redattore della rivista:

- Senta, almeno lei, lo dica subito se è un cretino come quell'altro.

- Spero di non esserlo...disse il redattore mite come un agnellino.

- Ok! Inizio: il mio povero antenato ebbe la sfortuna di trasmettere la sua malattia anche alla sua compagna, e purtroppo, siccome sulle femmine ha un effetto ancor più orribile, essa parlava e parlava, giorno e notte, senza mai chetarsi.

Il mio povero antenato, talvolta si distraeva:

- Oh! Che fai ma non mi ascolti? - diceva lei.

E' così che tra una chiacchierata e l'altra, forse per svagarsi, il mio antenato si dette molto da fare: ben 12 figli rallegrarono la famiglia. Erano tutti sani, ma a furia di abitare con un Gattostufo e con una Gattastufa svilupparono in maniera errata il loro sistema uditivo.

- Oh! Che orrore! - disse il redattore, mentre Gattostufo gli mostrava la foto di uno di quei 12 gatti.

- Oh! Che orrore? Io dovrei dirlo a lei: oh, che orrore, ma si è mai visto allo specchio?


Inutile dirvi che anche questo redattore fu buttato fuori dall'albergo, con il viso tutto graffiato!!

Gattostufo proseguì tranquillo la vacanza con il suo padroncino e si divertirono tanto.

Ma dopo questi due viaggi Gattostufo, fu veramente stufo di viaggiare, e stufo di redattori, ma non era affatto stufo dell'idea di apparire in televisione.

Fu così che venne invitato come ospite in una famosissima trasmissione televisiva: viaggio, taxi, albergo di lusso, TUTTO PAGATO!

La mattina, un taxi venne a prendere il ragazzino con il suo Gattostufo e vennero portati direttamente dentro gli studi televisivi: che esperienza! Gattostufo era molto emozionato quando tutti i riflettori erano puntati verso di lui e sapeva di essere in diretta televisiva.

Cavi amici - incominciò la presentatrice - abbiamo con noi un ospite vevamente vavo.

- Ma che ... dice? - sussurrò in un orecchio Gattostufo al suo padroncino.

- Ha un piccolo difetto di pronuncia - gli rispose il ragazzino, mette la v al posto della r, ma lo fa apposta per essere più aristocratica, non farci caso!

- Ok! - rispose Gattostufo.

- Abbiamo faticato molto pev convincevlo a venive da noi, ma eccolo: GATTOSTUFO è qui!

Seguì una serie di applausi, e la conduttrice un pò si inchinava a ringraziare verso il pubblico e un pò verso Gattostufo.

- Ma ci vacconti cavo! - disse poi la conduttrice sedendosi accanto a lui su quel lussuoso divano.

- Mi ci proverò - disse Gattostufo.

- Questa volta la storia è triste, stento a raccontarvela - disse Gattostufo con gli occhi lucidi.

- Ma no, cavo, si faccia covaggio, noi tutti qui l'amiamo e la stimiamo e la ammiviamo!

- Mi immagino... ma vedete - continuò Gattostufo - solo uno di quei 12 Gattistufi sopravvisse: Gattomalinconico, di cui ho una foto.

- Oh, che cavo, o che tviste, o che soffevenza nei suoi occhi! - disse la conduttrice.

- Avrebbe sofferto anche lei se avesse passato quello che ha passato lui! Solo e senza i suoi fratelli, si sentiva perduto. Trovò una compagna ma morì schiacchiata da un treno...

- Che disgvazia! - disse la conduttrice - ma ora passo la linea alla pubblicità.

Nel momento in cui non erano più in diretta, e trasmettevano la pubblicità, Gattostufo fu sul punto di saltare al collo di quella conduttrice, per conciarla per le feste, ma non fece in tempo: erano nuovamente in diretta.
- Gattostufo, pev chi non avesse seguito dall'inizio, è il nostro ospite d'onove di oggi - cominciò la conduttrice - ci deve vaccontave la sua espevienza...

- Mi viene da vomitare - disse gattostufo in un orecchio del suo padroncino.

- Fatti coraggio! - gli rispose lui.
- Allora, vi raccontavo di Gattomalinconico. Sua moglie morì come vi ho descritto, il suo migliore amico morì di crepacuore, poichè se la intendeva segretamente con la moglie di Gattomalinconico. E' comprensibile che anche lui decidesse di mettere fine ai suoi giorni. Ma mentre si dirigeva verso il bosco per impiccarsi, conobbe una bella gattina bianca, che aveva un unico difetto: era zoppa. Gattomalinconico, la sposò ed ebbero subito tanti figli. Purtroppo morirono quasi tutti, per svariati motivi, solo 1 è sopravvissuto: mio padre. Mio padre era un originale Gattostufo.

- Ma guavda che stovia tviste! E ova tuo padve dovè? - chiese la conduttrice.

- E chi lo sa, quel vecchio ubriacone, pur di non farsi beccare dagli scienziati gira il mondo a chiedere l'elemosina con un occhio bendato.

- Ma no! - disse la conduttrice - tuo padve, dopo estenuanti vicevche e QUI!!!!!!!!

E' difatti entrò in scena il padre di Gattostufo, e fu un momento strappalacrime per tutti, anche per Gattostufo.

Da quel giorno vissero felici e contenti, pare...


IL PESCE BURLA

Solo se venite a Viareggio potete in un'immersione subacquea, incontrare il famoso pesce burla. Abita solo nel mare di Viareggio, persino è restio ad allontanarsi dalle coste, non vuole perdere il magico potere di questa città, e lui, non potendo visitarla, è possibile vederlo dal molo ogni tanto spuntare dall'acqua.

Irresistibilmente vuole darci una rapida occhiata e poi via di nuovo a sguizzare nel fondo del mare, con quella immagine negli occhi che lo fa sognare...

Ogni Viareggino ben conosce il pesce burla, così chiamato perchè nessuno è mai riuscito a pescarlo!

I pescatori sul molo per anni hanno fatto a gara, ma sfiniti dalle burle di lui, hanno finito per farselo amico, una specie di alleato.

Ogni Viareggino pescatore, ha per amico il pesce burla, lui indica dove trovare il pesce migliore, avvia delle meravigliose conversazioni in vernacolo viareggino con loro, la notte, quando sul molo ci sono solo pescatori e qualche passante. Sguizza felice nel riflesso sul mare delle luci della famosa "passeggiata" di Viareggio, sorride alla luna, e quando arriva il Carnevale, ha un posto d'onore segreto che i pescatori di Viareggio creano per lui, perchè possa vedere tutto il corso mascherato. Poi la notte quasi dalla riva del mare, alza i suoi occhietti furbi ed innocenti per ammirare i fuochi d'artificio! Si commuove persino, perchè nessun pesce ha mai amato tanto la sua città nativa quanto lui.

Io l'ho visto il pesce burla, anche se non sono un pescatore.

Da uno scoglio del lungo molo, ho avuto il piacere di scorgerlo, e mi sono spinta quasi fino al mare. Ho allungato una mano per muoverla nell'acqua e lui mi è venuto a sguazzare intorno come un gattino affettuoso. Non posso descrivervi quei momenti...

Sono momenti di magia che solo l'atmosfera di Viareggio e di tutta la Versilia sanno farvi vivere, ma se volete davvero godervi questa città, nella valigia, non dimenticate la capacità di sognare, l'ironia, la fantasia, e aggiungete un pizzico di romanticismo e un tocco di favola.

Rossella Usai


SCHEMA PER PUNTO CROCE: RICAMA IL PESCE BURLA!

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