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IL MIO TRAGITTO DEI RICORDI - Settembre 2009
- Dove sono? – in stato di semi incoscienza ho cercato di capire dove ero e cosa era successo, perché ero in quel letto legata… Sono venute quasi subito delle persone, abiti bianchi intorno a me, voci, odori, mi stavo svegliando, pareva da un’incubo, ma quale? Credo poi di essere ripiombata in un sonno profondo, non so per quanto, senza sogni, con il buio nella testa, la sensazione di non esistere più. Era piacevole, credo fosse quello che desideravo ed infatti quando poi mi ripresi seppi perché ero in quel reparto, in psichiatria. Mi slegarono e mi spiegarono cosa era accaduto. - Lei ha tentato il suicidio attraverso l’uso esagerato di psicofarmaci, ma prima di assumerli, convinta che da lì a poco sarebbe piombata nel nulla, ha scritto un’email che l’ha salvata. Era in stato di incoscienza con diverse scatole di psicofarmaci in terra, ed era nel luogo che aveva indicato nell’mail. Infatti chi ha ricevuto quel’mail ha avvisato i carabinieri e con un’ambulanza sono venuti con la persona a cui lei aveva scritto, per salvarla. - Non dovevate salvarmi, io decido della mia vita! – ho risposto io reagendo con scatti. - Allora perché ha scritto quell’email? – ha proseguito il medico, un tipo dall’aria inquisitoria. - Perché sarei morta con quel nome nella bocca… - ho detto io piangendo. - E’ fuori nel corridoio quella persona, la vuole vedere? - No, non ora – ho risposto io decisa voltando il viso dall’altra parte e fissando la finestra. - Adesso riposi allora – ha detto il dottore controllando la flebo prima di andarsene. - Finalmente – ho pensato io – non lo sopportavo più. Odio questo posto, non è qui che volevo finire. Ma poi, credo di essermi di nuovo addormentata. Nei giorni seguenti, dato che il ricovero continuava ma io miglioravo gradualmente, cominciai a sentire in me i ricordi tornare in mente. Fino a quel momento ricordavo solo il mio nome e quello della persona a cui avevo inviato il mio “ultimo” email, non potevo sparire senza un saluto. Una mattina mi fecero sedere su di una poltrona, mi girava un po’ la testa e l’infermiera stette con me parecchio prima di accertarsi che stavo meglio e potevo rilassarmi lì controllata lo stesso, ma non più con una persona fissa addosso, che quasi non mi faceva respirare. Dalle finestre di una psichiatria non si vede nulla, solo grate, ma a me pareva che mi bastasse quel raggio di sole. Ma non doveva esserci il sole quando io ho preso la decisione di suicidarmi, io riuscivo a ricordare una notte, una sera come un’altra, che però mi aveva portata in un luogo che mi aveva trafitto il cuore. Mi pareva di vedere del mare la notte, di aspettare una nave al porto, di vedere quel percorso, la tratta Livorno – Olbia, ecco ricordavo ora, il “mio tragitto dei ricordi”! Ma chi mi aveva portato lì? Chi aveva tuffato il mio cuore in quel mare nero, in quel percorso marittimo che mi ha strappato dentro la mia personalità? Non ricordavo più nulla. - In fondo è meglio così – ho pensato tra di me – non voglio più ricordi, sono stati la rovina della mia vita. Proseguirono giorni di routine in reparto, incominciai a mangiare da sola e ad essere autosufficiente ma non avevo ricordi. Quasi non vedevo neanche le persone intorno a me, ero come in un tunnel di difesa, di difesa dalla vita. Io non la volevo più la vita, so che quell’email finiva in mani di chi avrebbe fatto di tutto per salvarmi, ma ero certa che sarebbe giunto quando ormai era troppo tardi, era come una soddisfazione per me… una soddisfazione “rubata”. Ecco perché ora non voglio vedere nessuno: la vita riesce sempre a tradirmi. Forse potrei stare in questo posto a lungo, in fondo mi ci sto abituando, posso vivere nel mio tunnel anti-vita, tanto qui non importa a nessuno e io non me ne faccio accorgere. Non è difficile fare credere ad un psichiatra qualsiasi cosa, se si vuole, pochi ti leggono dentro davvero. E’ probabile che io nel passato abbia già avuto a che fare con questo tipo di medici, perché altrimenti non penserei così, sento un’istintiva antipatia per loro. Non mi fido di nessuno, ma sono certa che non mi possono fare più male di quanto me ne vorrei fare io, è impossibile. Nei giorni seguenti data la mia totale assenza vitale, non mi hanno dimessa, ma mi hanno messo in una camera con una anziana signora, quasi sta tutto il giorno a letto lamentandosi. Bell’aiuto! Comunque non so perché quei lamenti mi ricordavano qualcosa, in fondo non mi urtavano, quasi pareva ci fossi convissuta in un periodo della mia vita, e talvolta la sera ascoltandoli mi rassicuravano e mi sentivo come una vicinanza di un’amore grande. Non poteva essere amore verso di lei, chi aveva trasformato nella mia mente un lamento come quello in una dolce ninna nanna? Non importava in quel momento chi fosse stato, assaporavo momenti sereni che mi portavano in ricordi di “culla di bimba”. Perché chiedersi di più? Se una cosa ti da felicità vera, perché chiedersi il vero motivo? Non c’è un motivo, se è gioia vera si riconosce da quella fasulla. - Rossella! – mi sono svegliata di soprassalto con questa voce femminile che mi chiamava: la voce di mia madre! All’improvviso eccoti mamma, pareva rifossimo insieme in quella villetta deliziosa, che ora rivedevo con la luce della gioia più profonda. Tu lì in cucina. - Rossella, con che pasta vuoi che faccia il sugo che ho preparato? - Mamma con le penne, lo sai che sono le mie preferite – ho risposto io. - Abbiamo poi pranzato insieme, parlando e ridendo, ricordando e giocando…- Poi all’improvviso il niente, tu non c’eri più solo un mare nero di ricordi. Sono arrivati molti medici, avevo avuto una violenta crisi, mi dissero il giorno dopo. Flebo ed ancora flebo per giorni, di nuovo a dormire tutto il giorno. Ma una mattina apro gli occhi e vedo proprio chi avevo scelto per il mio ultimo email. Mi prende la mano e io lo guardo come impietrita. C’erano troppi ricordi dietro lui, lui portava con se troppi sentimenti, sensazioni, che in quel momento, non chiare nella mia testa, mi fecero entrare in stato di incoscienza. Poi capii. Volevano rubarmi il mio tunnel-anti vita, dandomi sensazioni, vita nelle vene, ma io non ne voglio più e loro non vogliono capirlo. Lui venne richiamato fuori dalla stanza dai medici e dalle infermiere, ma riuscii a scorgere il suo sguardo di rammarico. Mentre mi preparavano per un’altra flebo, guardavo fissa la finestra e ricordai una frase che tu Claudio mi dicesti: - Se siamo due persone intelligenti non ci perderemo mai… Mi chiedevo, perché quella frase buttata all’improvviso ed inaspettatamente in un cuore assetato d’amore? Decisi di non pensarci più, in fondo non erano chiari i ricordi in me, ma quella frase mi era stata scritta tramite chat, una sera, con successiva corsa a vestirmi con la gioia dentro che esplodeva al massimo e tu poco dopo al cancello della villetta con la tua jeep. La nostra fuga notturna da bimbi passionali “la campestre” come la chiamavi tu... Il dolore era troppo grande, mi rivedevo a ridere abbracciata a te, che scherzosamente chiamavo “fratellino”, con te che ridevi e ridevi, tesoro… Avrei voluto scappare dal letto, e difatti tentai, con il risultato di essere nuovamente costretta a letto in modo deciso: legata. Forse sognavo, non so, ma mi vidi in una stanza con un tavolo. In essa c’era mia nonna Libera, in una seggiola da una parte, e in un’altra seggiola intorno al tavolo c’era mia zia Giusi. Istintivamente sono saltata al collo di mia nonna. - Nonna! Ma credevo tu fossi morta! - Ti ricordi nonna di quelle meravigliose cene a casa vostra con il nonno che teneramente chiamavo “Fabietto” e la Giusi, a mangiare tutti il latte con lungo pane tipo “Francese”, burro e marmellata e tanta gioia? - Ma davvero? – ha risposto la Giusi. - Certo Giusi, ma come fai ad essertelo scordato? Ma poi come in coscienza presa, ho ricordato che la Giusi non credo ricordi nulla di buono legato a me, non so neppure quanti anni sono che non la vedo. Io forse nell’effettivo, caro Claudio, ho avuto solo te negli ultimi anni… Ecco all’improvviso la mente aprirsi e i ricordi tornare come in un film nella testa, non ricordo di avere avuto momenti così difficili nella vita. Non li volevo i ricordi, ed invece eccoli, tutti insieme con ogni particolare. L’infanzia che mi volava davanti come un film:
Allora mi vedo all’improvviso come su di una cima di un precipizio nero sul mare, un leggero tramonto alla fine, massi neri, oscurità generale. Lì doveva esserci la casetta di mio padre e di mia madre ed invece non c’era più nulla. Una collina verde e tre persone intorno a qualcosa: io, mio figlio Simone, mia figlia Sara, con te mamma come già nella bara, poi gli alberi che prendono fuoco e io cado in terra in preda a violenti crisi. Poi eccomi sedicenne, all’incontro con Antonello il ragazzo che poi avrei sposato ed amato teneramente e con passione. Se tu fossi in questa stanza amore, ti direi: - Ma come hai fatto a cancellare ogni ricordo di noi? - Come hai fatto ad annullarmi totalmente, quando abbiamo vissuto giorni così felici che pochi possono avere? Poi quel giorno che ti accompagnai all’aeroporto. Tutto vestito elegante eri bellissimo, e ti vedevo andare via con la tua valigia e pensavo disperata: - Come si fa a perdere una cosa così? Ma è successo tesoro. Io e te siamo persi per sempre e non so se ritroveremo la felicità. Io l’ho trovata solo con te Claudietto, solo con te e tu lo sai, lo sai… Perché allora sono in questo reparto? Caro il mio “fraticello”, o “fratellino”, come ti chiamavo teneramente in quei tre anni e mezzo vissuti vedendoci con frequenza, cosa hai fatto al mio cuore, cosa hai fatto di me? Tu hai solo estratto da me una specie di “succo della felicità” che solo tu potevi tirare fuori, e nessuno può gioire di più…quanti ricordi in quelle nostre notti di follia, in quei rientri che il sole quasi sorgeva, con me e te che si cantava in macchina, e tu che ballavi a ritmo perfetto, non so come facevi, mentre guidavi, o io che ti baciavo sulla spalla e nel collo, mai ferma in quel sedile d’auto, e tu che mi chiedevi di grattarti la schiena: - Un po’ qui…no là…siiiiii….ahhh – e ridevi, ridevi, eri felice come me. - Basta baci! – mi dicevi spesso, ma io continuavo lo stesso moderandomi, perché so che mi sopportavi, nonostante tu non sia un romantico, carissimo, io so cosa hai nascosto in fondo al tuo cuore: una grande sensibilità che si sente a pelle e sei un’uomo di intelligenza straordinaria, vita e grande eterno bambino. Ma io ho perso anche te, lo so, non è servito amarti davvero... Allora mi spieghi Dio, io, a che sono servita? Ho fatto due figli questo si, ma forse nel mio estremo egoismo non sono riuscita ad amarli davvero se ora sono qui, una suicida… I miei figli, ricordi improvvisi di due gravidanze un po’ problematiche, ma che mi hanno dato la gioia di diventare mamma. Ricordo gli occhi della Sara appena nata che mi fissavano, e Simone dopo il risveglio dal Cesareo portato dall’infermiera della Nursery, bello e grassottello Kg.4,100!! Sembrava un bambolotto. E tu Antonello... che eri di immensa felicità... stappasti lo spumante e poi preso in braccio Simone dicesti: - Dio… quanta gioia mi dai! – e quasi piangevi… Eccomi poi in una splendida mattinata di Ottobre, felice, diretta verso l’autobus per andare incontro al mio primo amore dopo la separazione: Franco. Non sapevo che di lì a poco in quel momento di attesa, tu invece mamma stavi avendo una violenta emorragia celebrale. Io entrai nell’autobus direzione Lucca e tu invece in un’ambulanza direzione Pisa (ospedale). La mia corsa disperata verso l’ospedale, la crisi di pianto, la sera all’aereoporto ad aspettare mio fratello Andrea che arrivava d’urgenza dalla Germania, la follia di un attimo, la rabbia, e correndo rovesciai tutti i cartelloni pubblicitari dell’aeroporto con dietro poliziotti e medici. Ma poi ce l’ho fatta ad entrare in sala rianimazione e vederti in coma farmacologico, ce la feci a contenere tutto dentro di me, fino al rientro a casa: violento attacco di panico e ospedale, una notte con flebo in semi incoscienza e pensavo ogni tanto: - Come te…mamma… Poi tre anni e mezzo con te mamma, ti guardavo io, e anche mia sorella invalida Patrizia. All’inizio si sperava, a parte la paralisi sinistra tu ricordavi e parlavi, avevi necessità di assistenza ma non si poteva, allora, immaginare che ti saresti ridotta in stato “vegetativo”. Ti portavo in giro con la carrozzella con quel buffo cappello a fiori che ti aveva regalato Andrea, e nuovo look dal parrucchiere e spesa al supermercato da te preferito. Volevo portarti per sempre con me. E invece poco alla volta, con i tuoi pianti continui che tutto il giorno sentivo, tu peggioravi, e le violente crisi epilettiche ti hanno ridotta in stato vegetativo. Credo sia stato il dolore più grande della mia vita insieme alla perdita improvvisa di mio padre, al fallimento del mio matrimonio, la perdita dei miei sogni lavorativi, della mia creatività artigianale ed artistica, perchè solo chi sogna crea, e io non sogno più, la malattia conseguente che ebbi, e poi la perdita di te Claudio. Io ti ho frequentato per 3 anni e mezzo ma giorno dopo giorno ti perdevo sempre più ed in me ormai eri l’unica speranza. Nella crisi, ecco un ulteriore peggioramento di salute, complicato dal fatto che tu mamma e la Patrizia siete state rinchiuse in istituti per anziani e vi hanno strappato da me, per sempre. Una famiglia distrutta, come se in quella villetta vi fosse precipitato un aereo. La villetta c’è ancora, ma non è più quella di allora, i muri sono impressi di voci del passato che non ci sono... ora. Ma allora perché ricordo una sera al porto, perché quel tragitto dei ricordi che mi ha portata al suicidio? Ero lì con te Daniele, ora ricordo. Un tragitto di silenzio fino al porto di Livorno. I tuoi occhi quella sera non erano stati dolci e, romantici, passionali, innamorati, mi erano parsi assenti persi nel vuoto di pensieri lontani da me. Devo avere avuto semplicemente la certezza di avere di nuovo sbagliato, che con te non sarebbe stata felicità, che non avremo mai realizzato i nostri sogni, e che io perdevo pure te, e forse anche me e questa volta per sempre. Ma mentre si aspettava Simone, mio figlio che tornava dalla Sardegna, mentre quella nave arrivava, percorrendo quel “tragitto dei ricordi” ho rivisto me ragazzina, un’ingenua ma fantasiosa ragazza, che scriveva ogni giorno in un diario tutto ciò che le capitava, descrivendo la sua vita a Cagliari dove era nata e vissuta felicemente. Poi quel viaggio, babbo ricordi? Si andò via dalla Sardegna improvvisamente e lasciammo la nostra bella casa, tutti gli affetti, i ricordi di vita, le abitudini, e tu lasciavi lì il tuo cuore che è poi andato a morire a Viareggio. La fabbrica di laterizi chiusa, la casa venduta, il nonno morto, tu lasciavi lì la tua vita ma con coraggio hai affrontato anche la successiva finchè ce l’hai fatta. Io lasciavo te Antonello in quel porto e ti vedevo sempre più piccolo dalla nave che si allontanava, ti vedevo abbracciato a piangere con tuo padre. Ma poi tu mi hai seguito, hai lasciato pure tu tutto, tutto per me… Ma lì ho lasciato e perso per sempre anche la mia adorata cugina Silvia... Vedi Daniele, forse tu non potevi capire a fondo il profondo dolore che avevo dentro quella sera al porto, mentre fissavo quella nave che si avvicinava nel “mio tragitto dei ricordi”. Non so cosa è accaduto poi se io ora sono qua. Dove sei Daniele? Perché non sei qui con me? - No, ci sono, tesoruccio, perché tu non mi vedi? Io sono sempre stato accanto a te, sempre, credo anche quando non ti conoscevo, come il tuo angelo custode. Tesoruccio, apri il tuo cuore, credimi quando ti dico che ti adoro, tesoruccio bello della mamma… non fissare con sguardo assente quella finestra, credi in me, credi in me ti prego… cercami, guarda me… - Daniele, ho freddo – ho detto nel sonno – ho freddo… - Ma io sono qui tesoruccio, vieni… - Dove siamo? – ho chiesto io nel tepore del tuo abbraccio. - Siamo a casa, nella nostra cameretta rosa, con tutte le belle cose che sono esposte nelle mensole di vetro che ti ho fatto io, guardati intorno qui tesoruccio c’è amore, tu lo hai intorno e non lo vedi… io te e i tuoi figli e lo sai anche Luca, mio figlio, ci tiene a te… - Ma io ero in ospedale… io ero malata grave… io ero una suicida – ho detto io abbracciandoti piangendo. - Tu non sei mai stata lì, era solo un sogno tesoruccio, solo un sogno…la realtà è un’altra è la paura che hai tu di riamare, di ricominciare. Ma in parte ci credi e ci sogni e lo so. Se mi prendi per mano e ti lasci guidare dal mio amore quella tua parte diverrà così grande che i nostri sogni si avvereranno e ti farò io il mazzolino da sposa, con fiori di arancio come volevi tu, e ricompri la macchina da cucire e realizzi le bomboniere fatte con bamboline stile “Raggedy Ann” come sognavi… magari realizzi anche me in bambolotto, come dicevi, o altro…non uccidere la tua fantasia. Non permettere che chi hai frequentato ti inganni ancora, non fare più di te una donna vuota. Da quella notte Daniele ha fatto si che “il mio tragitto dei ricordi” non fosse più amaro, perché la vita è un percorso, ma è anche un percorso comunque che merita sempre di essere vissuto e rinnovato, ma non senza te Daniele! Rossella Usai 14/09/2009 DEDICATO A CHI MI HA AMATO DAVVERO.... "Dal baule della nonna" - Copyright © 2009 - Rossella Usai. All right reserved and is not to be copied in any form.
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