Scrivere che passione!

Scrivere è un modo come un'altro di esprimere se stessi: poesie, poesie d'amore, racconti, favole, novelle...anche un racconto autobiografico può aiutare a sfogarsi, poichè mentre lo si scrive è come rivolgersi ad un amico fidato. Carta e penna diventano pertanto mezzi di comunicazione, mezzi per potere esprimere la propria personalità, oggi poi con il computer è ancora più semplice, e tramite un sito internet, o anche un blog, è possibile pubblicare ciò che abbiamo scritto.

In questa pagina pubblicherò in modo del tutto gratuito i vostri scritti, vi basterà inviarli tramite mail, se ritenuti idonei, saranno pubblicati con il vostro nome.

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Rossella Usai

 

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Pagina 5 - Nuovi racconti

La luminosità dell'arte

onora la poesia

la luminosità del cielo stellato

rispecchia i tuoi occhi

la luminosità della vita

saluta un nuovo giorno

la luminosità dell'amore

esalta il tuo cuore...

"Allgor" Il poeta pazzo

 

Interno vesuviano con bimba e tartaruga

Allorchè io mi accorsi della tartaruga,"'a cestunia" come la chiamava mia nonna avevo 8 o 9 anni, lei senza altro molti di più. Viveva sotto il lettone di una delle nostre camere da letto quella con il balconcino che dava su un pergolato di uva fragola che nessuno raccoglieva e che nessuno di noi piluccava ritendola troppo dolce e tanninica nello stesso momento.

Alla mia domanda su come mai l'animalino fosse nostro ospite fisso la nonna laconica come sempre mi aveva risposto che quasi certamente era sempre stata lì; nel 1936 quando avevano preso possesso della casa era uscita da qualche angolo e aveva deciso di coabitare con i nuovi arrivati. Lo spazio sotto il letto era occupato da ceste e scatoloni nei quali venivano conservate le chicchere e le stoviglie per le mie zie allorquando fossero andate spose. In quel labirinto in miniatura la tartaruga si aggirava silenziosa eppure comunicativa, misteriosa ma non occulta. Mi piaceva, anzi le volevo bene e questo era per me cosa rara. Io osservavo, riflettevo e cercavo di capire tutto quello che mi circondava ma quasi mai nutrivo uno slancio amoroso per cose o persone. Sarei andata via prima o poi, era un tempo destinato a finire quello che trascorrevo in quella casa schizofrenica tra qualche lusso e molte miserie. I lussi erano lo spazio a disposizione, il giovane alloro e il glicine della recinsione, le rose e la menta, il noce che non dava frutti ma tanta ombra nei meriggi estivi e i pergolati dove l'uva maturava solamente per gli insetti e la brocca di rame sul parapetto delle scale dove la luna immergeva i suoi raggi. Serviva a dissetarci durante la notte senza che fosse necessario arrivare alla cucina al buio urtando seggiole e facendo sobbalzare allarmati tutti. La brocca a forma di anfora aveva due manici sottili e resistenti e ancora adesso mi sembra di avvertire tra la lingua e il palato quel sentore di metallo e l'acqua tiepida come la notte.

-Perchè stava lì?

-Perchè la luna conferisce all'acqua la sua virtù - diceva la nonna.

-E quale è la virtù della luna?

-Ma quante cose vuoi sapere - mi rispondeva ed io non ho mai capito se anche lei ignorava la risposta o se ero io a non essere degna di una grande verità.

E le miserie? non si fruga nella polvere, farlo sarebbe un inutile e dolente esercizio di memoria. Nella bella stagione la tartaruga che non era più grande della mano di un uomo adulto usciva dai suoi meandri tra ceste e scatoloni, girava fra le mattonelle esagonali rosse e bianche arrivando fino al balcone, forse si cibava di insetti, gli stessi che accorrevano a nutrirsi della zucchero degli acini d'uva scura o forse anche lei mangiava dai grappoli negletti dagli abitanti della casa o magari solo rosicchiava i pampini verde brillante che il sole scaldava e poi incendiava nei rossi dell'autunno. D'inverno se capitavano giornate di sole che attraverso i vetri del balcone scaldavano il suo angolo di mondo come fosse una serra, lei faceva capolino di nuovo sollevando con il capino le frange e le nappine dei copriletti.

Mia nonna le indirizzava di quelle staffilata!

-La cretina -diceva - ha sentito il sole e pensa che l'estate è già qui, portiamole una foglia di lattuga se no è capace che muore di fame.

Sparì prima lei o andai via prima io? Ricordo che chiesi dove potesse essere finita ma nessuno mi seppe dire niente, provai ad insistere ma veniva ritenuta un'altra delle mie stranezze.

-Insomma, non c'era più.

Ed io ad insistere: -Ma il carapace? Dove era finito il carapace, era un guscio così robusto, ci salivo sopra con un piede e quello reggeva tutto il mio peso.

-Il carachè...?

Smisi di fare domande, come tutte le creature con un messaggio era apparsa senza che ne apprendessimo la provenienza e se ne era andata senza che capissimo dove. A farmela tornare in mente negli ultimi tempi è stata l'apertura di un negozio che vende borse nel quartiere milanese dove vivo e il cui logo è una stilizzata tartarughina. Ne ho comprate un paio per me e una per mia sorella.

-Ma tu -le ho chiesto durante una telefonata - te la ricordi la tartaruga nella stanza con il lettone di ottone?

-No-assolutamente no - è stata la risposta.

Sono tornata a chiederglielo mentre eravamo perigliosamente semimmerse in una pozzetta del litorale cilentano e lei mi faceva il panegirico sul fascino e l'incanto del mare di Palinuro. Mi ha guardato dubbiosa come se fosse una della mie invenzioni letterarie e ancora una volta ho lasciato che il discorso dileguasse. Io nutro verso i miei anni verdi una rabbia senza orgoglio e nessun ricordo riesce a riscattarli, un'ira verso quella me stessa che tanto tempo e tanta vita ha dedicato per farne emergere i reconditi valori e allora mi sento piena di gratitudine per quella creaturina così antica che in un deserto di emozioni aspre e irredimibili mi fece dono di qualche dolce palpito affinchè il cuore nel mio petto non divenisse così pesante da attirarmi gli strali degli antichi dei. Gli stessi che gonfiarono le vele dell'esule Enea fino a quel promontorio così innocente e incantatore in un giorno di bagno e di sole e che proprio per quell'approdo vollero in cambio vita e valentia del nocchiero della nave fuggiasca. Forse essi pensarono che Palinuro sarebbe stato più utile in un'altro contesto. Non è da me credere e pensare a divinità crudeli. Penso che hanno chiamato a sè la mia tartaruga, non per prepotenza ma per affidarle ancora una missione a fin di bene: che so ....un piccolo dolore da sanare o una grossa pena da addolcire. Curioso hobby la scrittura, mi metto alla tastiera per riempiere ore troppo sospese per il caldo scontato e il silenzio improvviso di una giornata agostana in una strada a nordest di Milano ed ecco che scopro di poter chiedere agli dei una restituzione. Ovviamente con il dovuto garbo: il medesimo con il quale tolsero a me qualcosa che, senza essere mio, mi apparteneva.

P & P


La fronte appoggiata sul vetro freddo...

guardi fuori... la strada luccica,

i lampioni si riflettono sulle pozzanghere, sul lastricato,

fa un pò freddo,

ci stringiamo le braccia intorno al corpo,

un abbraccio che sa di pioggia, di vento, di mare...

sorridiamo a noi stessi, riflessi nel vetro...

A cosa pensiamo quando le nostre mani ci cercano,

quando le mie labbra sfiorano le tue,

quando le nostre lingue spingono a fondo?

A cosa pensi quando scivolo su di te accarezzandoti con il mio corpo?

Quando mi accogli dentro di te e ti lascio senza fiato?

Quando ti prendo i tuoi capelli con le mie mani?

Quando muori tra le mie braccia.... a cosa pensi?

Adesso non importa saperlo...

prendimi con i tuoi occhi,

incantami con la tua voce,

legami con le tue braccia,

divorami con le tue labbra,

afferra i miei capelli,

se vuoi, mentre sospiro...

e poi stringimi,

guardami mentre grido il tuo nome,

respirami mentre muoio tra le tue braccia...

Giorgio


I folletti spumini

Come tutti i giorni la piccola Aurora passava un il tempo sulla spiaggia vicino alla sua casetta, in un paesino sulle coste della Liguria. Poteva vedere il mare tutti i giorni, anche d’inverno anzi ad Aurora piaceva molto il mare d’inverno, e forse il fatto di andare sempre a guardare il mare in silenzio spiegava la sua grande forza e il coraggio e, aggiungo io che la conosco, la saggezza che sapeva esprimere, quasi come se il mare in quel silenzio le parlasse e lei muta e attenta come nessun alunno potrebbe stare in una scuola, ascoltava e faceva suoi i saperi ed i segreti di migliaia di anni e di storie che il mare poteva raccontarle.

Questo allontanava Aurora dai bambini della sua età, ma questo era più un problema per i suoi genitori che per lei, che adorava condividere il tempo con le piante, gli animali, ed alcuni vecchi marinai che le raccontavano favole e leggende di viaggi in paesi lontani. Aurora credeva a queste storie credeva nelle favole come un adulto crede nella realtà.

Ma passiamo alla storia di Aurora che in un pomeriggio d’inverno andò sulla spiaggia deserta, non c’ era nessuno forse perché il vento freddo che da giorni accarezzava il mare quel pomeriggio aveva deciso di schiaffeggiarlo. Lei si trovo così sola seduta sulla riva del mare. I suoi piedi sfioravano appena l’acqua, proprio lì dove il mare finisce ed inizia la spiaggia. Ad un certo punto Aurora cominciò ad avere dei buffi pensieri, si chiedeva se mai esistesse qualcuno così sognatore da voler capire dove finiva il mare misurando di volta in volta dove si fermavano le onde e dove si scioglievano tutte quelle bollicine che formavano la schiumetta del mare. Pensò che una cosa del genere la poteva fare solo una persona che non riesce ad accettare che ci sono delle cose nella vita che non si sa dove iniziano e ancor meno dove finiscono, perché forse non sono infinite però sono immensamente perse. I pensieri di Aurora si spostavano lontani ormai già stava sognando ad occhi aperti, e forse fu proprio in quel sogno che Aurora vide uno strano bagliore fra la schiumetta delle onde infrante; non si sa se quel bagliore la risvegliò dal sogno o se la fece entrare ancor di più in un mondo fantastico, talmente dentro che per lei era reale.

Un bagliore che non aveva luce e colori che si possano attribuire al nostro mondo.

Aurora si mise ad osservare attentamente quei piccoli bagliori e ad un tratto una leggera vocina uscì dalla spuma bianca del mare "ehi bimba ehi bimba" Aurora si stupì e rispose:

- Ma chi è ?

Poi vide un piccolissimo omino fatto di luce e di spuma bianca che aleggiava fra le crespe delle onde infrante. L’omino di luce e spuma gli disse presto prendimi, sono un folletto spumino, mi chiamo attimo, coglimi adesso, subito o non avremo più tempo! Aurora non ci penso più di tanto il suo istinto gli disse che era il momento di agire e così fece, allungo una mano il piccolo folletto salì sulla mano e portando con se un po’ di spuma bianca e disse bimba, fai presto, avvicina la tua mano all’orecchio che devo raccontarti un segreto.

Aurora avvicinò il folletto al suo orecchio e lui gli disse:

- Aurora, sono un folletto spumino noi viviamo solo nella spuma del mare, quella che nasce quando le onde si infrangono sulla piaggia proprio dove il mare finisce. Noi in quel poco tempo in cui la spuma rimane viviamo e moriamo, e in quel tempo dobbiamo vivere tutte le nostre emozioni. Io attimo ti dico grazie di avermi raccolto, perché sono forse uno degli ultimi folletti spumini, ed è per colpa di voi essere umani. Il segreto che ho bisogno di dirti prima di andarmene e che il mio tempo finisca è che voi essere umani avete smesso di vivere i vostri istinti, non date più retta alle vostre emozioni, non vivete bene il tempo che avete a disposizione, pur con tutti i vostri cinque sensi, sei per chi è fortunato. Con questo comportamento fate sparire noi folletti spumini che siamo i guardiani degli attimi di vita che se ne vanno e non tornano più.

Aurora rimase stupita e non capiva cosa stava succedendo ma con una voce spaventata e curiosa chiese:

- Cosa posso fare io così piccola ?

Con la voce sottile di chi se ne sta andando per sempre attimo rispose cresci ma senza fretta, ricordati di portare con te un pezzo di bambino quando sarai grande, e cogli tutti gli attimi di felicità che puoi... sarai un esempio per gli altri... il folletto pian piano sparì dalle mani di Aurora .

All’improvviso Aurora si sveglio sulla sabbia, si era addormentata , si alzo è scoprì di essere cresciuta che era una donna grande come la sua mamma. Sorrise e si incammino verso casa, felice. Ancora oggi non sa dire se per un attimo è tornata bambina o se quella bambina sulla spiaggia in un attimo e diventata donna.

Luca Delmonte - Ogni diritto riservato

 

 

Autunno in Piemonte o una mattina nel silenzio

E il paese tuo,

di "Ferie d' Agosto"(*)

le colline del Monferrato

delle Langhe e Roero

cirvelato della nebbia

mille colori nelle foglie

nebbiolo, arneis e barbera.

Il vento sussurra

un uccellino solo canta

e più lontano, giù,

sgobba un trattore

bruna e nera brilla la terra

che si dissecca

nell' ultimo caldo

grandi frammenti grigi e bianchi

aspettando l'inverno.

La lentezza del sole,

come l'estate non deve tornarsi,

rimuove i veli

dalle valli

sento cadere una foglia

senza suono umano

o sarebbe il mio respiro

un mondo sereno

tranquillo, non vuoto

son solo

ma solitudine non sento.

Peter, La Morra/Monteu Roero/Santo Stefano Belbo 1997 (*) di Cesare Pavese, grazie a lui per l' ispirazione.

Un ringraziamento particolare a Peter capace pur essendo Olandese, di scrivere poesie in Italiano!!!

 

Il gregge di pecore nere

Questa è una storia che è accaduta in un piccolo paese chiamato "Pecorolandia", c così chiamato perché nel paese vivevano solo pastori e pecore.

Questo paesino disperso nelle montagne di non so dove, sembrava fosse un dipinto di un grande artista dal gran che era bello e perfetto, tutto al suo posto, nel posto giusto. Le montagne in su, i pascoli appena sotto è ancora più giù le case, con i tetti a punta e rossi, così che il paese dall'alto delle montagne sembrava una grande scatola di pastelli ma solo di color rosso.

Tutti giorni i pastori partivano, di mattina presto, appena il sole era abbastanza sveglio da dargli il buon giorno e portavano le loro pecore su nei pascoli, appena sotto alle montagne. Nei pascoli stavano sempre tutti insieme, i pastori andavano d'accordo, la pensavano tutti allo stesso modo e non c'era proprio bisogno di litigare: dividevano i pascoli per far mangiare le loro pecore , dividevano sempre il loro pranzo, dividevano sogni e nuove idee per far produrre sempre più lana alle loro pecore. Tutto andava bene, infatti, loro producevano la migliore la più bianca di tutte le lane del mondo. La lana di Pecorolandia era famosa per il suo pregiato color bianco, probabilmente perchè i pastori avevano tutte le pecore di un colore bianco che più bianco non si può.

Un giorno nel paese arrivo un nuovo pastore, veniva da molto lontano e conoscendo la fama di pecorolandia, immaginava che li avrebbe potuto produrre tantissima lana con il suo gregge di pecore, e riuscire finalmente ed avere una casa un lavoro ed un pò di felicità.

Il nuovo pastore incontro gli abitanti e chiese a loro il permesso di vivere li con le sue pecore. La prima risposta fu sì da tutti:" ingrandirci un po' ci servirà" dicevano, ma poi sgomento!!!! Videro le sue pecore e scoprirono che lui, aveva solo pecore nere. Si arrabbiarono molto, e lo cacciarono dal paese dicendo "vattene", noi non vogliamo pecore nere, rovinerebbero la nostra lana e poi noi stiamo bene tra noi che siamo "tutti uguali"... tu sei un pò diverso, sei un tipo strano.

"Lo straniero" così cominciarono a chiamarlo nel villaggio perché secondo loro era proprio strano.

Lo straniero si allontano dal paese è andò a ripararsi in una grotta là sui monti sopra ai pascoli. Rimase solo con le sue pecore nere. Là nella grotta faceva freddo e lui aveva fame, le provviste non erano infinite e non sapeva più cosa fare. Ma la speranza è l'ultima a morire, gli diceva sempre una sua amica, la vecchia pandora, così quella mattina mentre guardava due delle sue pecore, con in sottofondo il paese che sembrava una scatola di pastelli gli venne un'idea. Quelle pecore erano tutte uguali e lui non le riconosceva mai, così dentro di se pensò: "se io divento uguale a loro mi accetteranno di sicuro perchè non potranno riconoscere la mia diversità". Il piano cominciò, si travestì da pecorolandiese(abitante di pecorolandia), colorò tutte le sue pecore di bianco e andò al paese; mentre camminava cercava di pensare proprio come uno di loro; quando arrivo al paese si presentò con un falso nome e tutti lo accolsero molto bene, nessuno lo aveva riconosciuto.

Così, fingendo di essere un altro venne accettato dai pecorolandiesi.

Col passare del tempo il pastore straniero si sentiva ugualmente solo anche se gli altri gli volevano bene, perchè lui sapeva che era tutto finto: non volevano bene a lui ma ad un personaggio inventato. Una sera pensava "è molto triste che questi pastori vogliano bene solo a quelli che sono uguali a loro e gli altri non li vogliano nemmeno tra i piedi, è stupido questo comportamento diceva tra se e se: "da uno che sa delle altre cose, cioè uno straniero posso imparare molto invece da uno che sa le loro stesse cose e pensa nello stesso modo non imparano niente di nuovo, possono e rimarranno sempre uguali, che noia".

Cominciò cosi ad insegnare nuovi lavori, nuove storie, nuove idee ai pastori, restando però travestito da pecrolandiese così loro si fidavano,ed impararavano molte nuove cose.

Passo molto tempo e lo straniero divenne una persona stimata da tutti, ma lui non stava bene, sentiva sempre di tradire la sua vera cultura, quello che veramente era.

Un giorno si svegliò di buon mattino, era inspiegabilmente felice: sorrise guardò fuori il sole splendeva e illuminava tutto il paese. Si fermò a pensare e cominciò a sorridere poi a ridere da solo, poi rideva proprio con gusto, la risata gli donò una grande forza e voglia di cambiare, si tolse e buttò via i suoi travestimenti, corse fuori a gridare che lui era diverso, era uno straniero e voleva restare diverso perché la diversità arricchisce tutti. Nel paese rimasero molto stupiti, si guardarono tutti in faccia,e insieme gli risposero "sarai diverso, ma va bene, tanto ora sembri cosi simile a noi". Lo straniero li guardo disse " Siete sicuri , che non siete voi ad essere più simili a me". A me non importa chi è più simile a chi, m' importa crescere ed imparare a stare insieme e a insegnarsi cose diverse l'un l'altro. A voi cosa importa?

Luca Del monte - Ogni diritto riservato

 

DOLCE è LA VITA

Dolce e chiara è la notte senza vento,

la luna posa sui tetti e in mezzo agli orti

e da lontano rileva serena ogni montagna.

Ed io nel cantuccio della mia sera ascolto

la mia musica preferita è molto bella, ma non mi distrae

da te e dalla tua Poesia.

Forse già dormi, non voglio disturbarti, disturbarti coi miei

turbamenti implacabili, i miei tumulti frenetici e la mia

chiusa tristezza, che io solo conosco e che trovo spesso

difesa nell'ironia sottile e nell'allegrezza indecente.

Ti sto leggendo amore, ecco la tua poesia è semplicemente

stupenda, mi prende molto : così tanto che " il mio animo scopre

l'assurdo della vita ".

Mi domando spesso cosa sia per me la vita........ per me vivere

è come ebbrezza su una giostra, un altro giorno, un'altra corsa,

insieme e poi, abbracciarti forte vita mia fino a quando mi innamorerò.

Vivere per me è come brezza sulle vele in mare aperto e navigare,

insieme e poi, tu soffia dolce vita mia , va lontano sulle onde e

non mi importa dove arriverai.

Di cuore in cuore capirò che giocare il Tempo non si può, e così

la vita ride e fugge via senza dare nessuna certezza.

Dunque la vita vera non è altro che quei pochi attimi rubati

alle ore piene di malvagi sacrifici e bisogna

comunque berla a grandi sorsi, perché non ci sarà

bastata mai, quando dovremo perderla...

Come sarebbe bello viverla la vita afferrarla, ma condividerla

insieme a te sarebbe fantastica.

RON: UNA VOCE CHE FA SOGNARE

 

L'albero della verità

Un giorno lontano, quasi all'inizio del mondo un signore che si chiamava Potere, lo so è un nome strano ma questo avevano scelto per lui ed ora se lo doveva tenere, sposò la signora Pazzia: non potevano che sposarsi due con un nome così strani.

Il signor Potere e la signora Pazzia si amavano tanto, così dopo alcuni anni di matrimonio nacque la prima figlia. I due, presi dalla passione per i nomi strani, la chiamarono Verità. Passò del tempo, la signora Pazzia rimase incinta di nuovo, non erano sicuri di volere un altro bambino, ma arrivo ed alla fine ne furono contenti. Per non perdere la tradizione un po' particolare dei nomi lo chiamarono Sogno.

I 2 bambini crescevano insieme giocando alla vita :correvano e si divertivano molto facendo finta di essere grandi, spesso però litigavano perchè Verità voleva sempre ragione e che le cose venissero fatte come lei voleva , mentre Sogno invece voleva essere libero di pensare e fare quello che più gli piaceva, senza badare a quel che verità gli imponeva, ma verità era più grande di lui quindi spesso gli toccava darle ragione.

Passarono gli anni e i due non smettevano di litigare. Ad un certo punto Verità cominciò a sentirsi male e a soffrire di una terribile malattia. I medici la chiamarono "la malattia dell'ideologia"; ma verità non voleva accettare la propria malattia è continuò a comportarsi come se nulla fosse successo. Questo gli costò molto caro perché suo fratello, che le era stata sempre vicino nel bene e nel male, decise di andarsene.

Verità rimase da sola e cominciò a pensare a tutte le storie vere e storie fantastiche che sogno le raccontava e che lei non aveva mai voluto ascoltare veramente, così abbandono per un po' il suo dolore e comincio ad apprezzare suo fratello. La situazione comunque cominciò a diventare difficile, non bastavano il ricordo delle storie di sogno per guarire dalla malattia , e fu così che verità nonostante si impegnasse per guarire anche senza suo fratello, non riuscì a sopravvivere alla terribile malattia. A quel punto, tutta la famiglia tornò riunita per il funerale di Verità: il padre Potere la madre Pazzia e l'unico figlio Sogno.

La famiglia decise di seppellire Verità in un prato e di piantare un albero lì proprio sopra dove riposava Verità.

L'albero era un melo che crescendo dopo molti anni cominciò a produrre delle belle e succose mele. Quelle erano mele magiche, perché tutte le persone che ne mangiavano una, trovavano nella vita la propria verità, diversa da quella degli altri , ed anche se il papà e la mamma di verità non volevano che le persone cogliessero le mele non ci fu nulla da fare perchè sogno resto lì ad ammirare e a costudire quell'albero, permettendo a tutti di trovare così la propria strada. Fratello e sorella si erano finalmente ritrovati sotto l'albero che da " Conoscenza" della propria verità. I due genitori invece ancora gridano e fanno di tutto per non far cogliere quelle mele alle persone che passano di là. Nulla potranno mai fare contro chi realmente cerca la propria verità.

Luca DEl Monte

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