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Rossella Usai

 

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ADDIO A CIOP

Piccola come un topino

stavi assieme al tuo fratellino,

disperati e … senza speranza

perché non c’era più la mamma.

Avevate fame e sete

solo l’albero di mimosa

vi donava la dimora.

Un lamento molto insistente

bussò al mio cuore,

si fece largo e prese posto.

Molti anni sono trascorsi

con poche gioie e tanti affanni

e... il ricordo si fa avanti.

La tua presenza,

una tenera carezza,

la tua compagnia

una ventata di gioia profonda

Nella tua malattia

ti accudivo con tenerezza;

nel tuo sguardo leggevo

ciò che non dicevi...

mi faceva male il cuore,

mi sentivo una morsa dentro,

nel petto, dove l’anima si strugge

per le sofferenze dei deboli.

Non era nelle mie possibilità

sollevarti dalla sofferenza

e... nella mia carezza c’era

l’ultimo saluto...

Addio piccola gattina.

Rosetta Greco Garilli

 

Le cose cambiano

I

Cantava le migliori tarantelle del Salento; senza alcuna difficoltà, si favoleggia, ne ricordava testi, pause e melodie caratteristiche, pur non avendo mai abitato in quelle zone. Che avesse ereditato tal disposizione d'animo da alcuni antenati pugliesi sembra improbabile ed altrettanto sbagliato sarebbe pensare a delle sue vere e proprie conoscenze musicali: Genesio stesso ben dimostrò in pubblico di non saper minimamente decifrare qualsivoglia partitura. Fatto sta che, da quando apparve - come eruttato dal ventre della Terra - in quella cittadina istriana, le abitudini locali subirono una svolta mai precedentemente conosciuta, né tantomeno da alcuno prospettata per il futuro. L'intera Isola, prese infatti ad esprimere una specie particolare di vitalità, della quale i suoi cittadini si erano dimenticati sin dall'èra in cui il mos maiorum era praticato quotidianamente. Mi resta difficile ricostruirne tutte le caratteristiche, ma forse ora, per averne un'idea, sarà sufficiente dipingere un episodio avvenuto durante quel felice ed inquietante periodo.

La scena si svolse in una delle calli che, nel centro storico, si ammatassavano allora a poche braccia da un Mar Adriatico affollato di yacht, motoscafucci e piccoli pescherecci. La cittadina costiera, come avveniva un po'in tutta Europa, era inoltre immersa in un brulicante profluvio di richiami, sonerie e carillon elettronici, i quali, con l'ausilio di altre incessanti cantilene e borbottii motoristici e meccanici, portavano gli isolani a parlare fra loro alquanto poco. Genesio, verso l'imbrunire, stanziava come al solito vicino all'ingresso di qualche palazzo, lí, appena coperto da una chiara tunica in cotone, intonando da seduto una fra le canzoni del suo infinito repertorio. Non è che elemosinasse o, in qualche maniera, facesse l'occhiolino ai passanti: egli era capace solo di scegliere fra il cantare per se stesso ed il cantare per gli altri. Quel giorno doveva aver optato per gli altri, perché i suoi occhi neri brillarono a lungo, quasi immergendosi nei miei, che avrebbero invece desiderato semplicemente passare, frettolosi e diffidenti come il loro proprietario, in quel modesto vicolo pieno di botteghe stipate di ingenui o pretenziosi quadri. D'un tratto non potei piú muovermi, come se fossi legato mani e pié a quella guizzante e malandrina cantata; ad un certo punto - dopo non so quanto tempo, probabilmente pochi minuti - mi accorsi che, pur avendo Genesio tacitato le sue levantine corde vocali, la taranta continuava a sviluppare il medesimo ritornello nelle mie orecchie, senza cessare la narrazione particolareggiata dell'invasamento mistico. Provai a costringere i miei pensieri precedenti a tornare, ma senza alcun successo: evidentemente la storia attendeva una sua compiutezza, non permettendo a chicchessia di interromperla ex professo. Intanto Genesio, imperturbabile fra i sopraccigli filiformi e le labbra carnose a mo' di piroga, accompagnava il mio a solo mentale con lo schiocco ritmato della mano destra... Senza sgarrare di una battuta. Finalmente, con la nerovestita zitella appena abbandonatasi sul virgíneo talamo, anche il suono della voce di Genesio sparí, restituendomi alle quotidiane operazioni della volontà. Quindi potei osservare che, se il cantante aveva ora la testa reclinata, assorto in un profondo sonno, una vecchierella affianco a me stava battendo il piede sinistro ad intervalli fissi, posizionata statuariamente, le palpebre abbassate, a due passi da un uscio al quale forse aveva prima avuto la chiara intenzione di bussare: capii che la taranta di Genesio aveva cambiato ospite, perciò rimasi lí, soggiogato dalla curiosità di vedere come essa avrebbe proseguito il suo itinerario fra le umane menti. Dopo qualche minuto fu la volta di un ragazzino, poi toccò ad un corpulento baffo, il quale portò con sé l'invadente melodia dentro ad un'automobile, che partí singhiozzando per destinazione ignota, senza comunque saper rinunciare ad un'esteriorizzazione acceleratoriale della colorita monodia. Dopo di che, non provo vergogna ad ammettere di aver seduta stante esagerato con la grappa, nel vicino caffè ove corsi a rifugiarmi piuttosto frastornato. Il tutto avvenne in un tardo pomeriggio settembrino.

II

Potrei affermare decisamente l'unicità di tal genere di episodi, visto che in effetti non ebbi modo di assistere a null'altro di analogo. Oltre tutto, la vita ad Isola continuava a scorrere come prima: io e mia moglie intenti a sfigurare piatti e calici in fragorosi balletti da lavabo, accompagnati dalle arie d'altri tempi che una vibrante ugola coinquilina ci catapultava dal piano superiore; la strada dirimpetto a casa nostra mai stanca di orchestrare barriti e mugghi (affinché evitassimo di rilassarci troppo in camera da letto). Io angariavo alunni indifesi a scuola e i moribondi pini del vicino parco pubblico si davano da fare sputando pigne in testa ai passanti – sapevano bene che presto avrebbero visto le seghe, dovendo far posto ad un sontuoso parcheggio. Anzi, piú che "potrei", io "dovrei" sottoscrivere l'affermazione che null'altro di simile accadde nella mia città in quell'epoca: Genesio, pelle cinerina e naso adunco, imperterrito stornellava; caicchi, pescherecci, gusci e multiformi velieri s'agganciavano alle strette nostre banchine; salsedini varie s'incaponivano nel consúmere le gengive dei marinai - i pochi ancora attivi, fra i troppi impiegati comunali, affaristi, computeristi e terziarianti. Insomma, Isola era sempre Isola! Perché, starei alludendo a qualche rivoluzione? Mica nessuno prese a cantare come un invasato le tarantelle per strada... Né si verificò alcun episodio di inaspettato "tarantismo settentrionale", fra le donne nubili. Eppure qualcosa d'intarsiato fra le tavole delle nostre esistenze, in quell'epoca, accennò un passo di danza nella fissità del limpido mare a cui ci eravamo addossati - statici istriani scogli. Il fatto è, che Genesio diede a tutti noi una proverbiale capacità di sostituire alle parole le note e a queste le emozioni - che sono sempre movimenti inconsulti dell'animo. Ecco il senso dell'èra, al cui inizio alludevo quando ho principiato a comporre la presente poesia: una poesia non declamata, come solo sa esserlo il correre incessante delle tarantelle nel misero spazio vitale a cui dobbiamo respiro, movimento e autocommiserazione. È l'èra nella quale una stupita canzone ha sostituito il balletto oltraggioso del caos interiore di ognuno di noi. Be', adesso dico che non vorrei mai paragonare ciò che ho appena confessato a me stesso a qualche scialbo intervento fatto per esser letto. Dunque, Dio m'aiuti e... Buonanotte, caro diario di bordo: oggi è appena passato il centottantunesimo giorno di navigazione ed io spero che nessuno mi venga a riacchiappare, qui dove ho gettato l'àncora... Sai... La mia testa produce ritmi, suoni e ballate sempre piú accattivanti ed è assai probabile che fra non molto finalmente riuscirò a tradurli tutti in note scritte, cosí coronando il sogno della mia vita: insegnare ai mille e mille uccelli di queste isole disabitate come si canta in coro la quintessenza del Mondo... Cioè quella che il caro vecchio compare Genesio mi donò in esclusiva quasi spontaneamente, quando gli puntai un coltello alla gola, prima di salpare da Isola lasciando tutti nelle aberranti spire della cacofonica quotidianità! L'unico serio problema resta il fatto che, maledizione! Qui il mio pentagramma è sempre troppo lento, rispetto al compositore-maratoneta che ho dentro, mentre... Sono ben centottantuno, le Buonenotti che ti auguro senza riuscire a chiudere un occhio.

(Capodistria, 9 IX / 1 XI 2001)

Nota.

Il presente testo, in traduzione slovena, ha vinto il primo premio del Concorso Med-i-teran, indetto nel 2002 dalla rivista culturale slovena Primorska Srecanja, quindi risulta pubblicato nel numero 255/2002 di tale periodico. In Italia è inedito.

Sergio Sozi

 

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DUE RONDINI

In un cielo misterioso,

un bellissimo giorno,

si incontrano due bellissime rondini,

i loro sguardi sono impauriti,

hanno paura anche di sfiorarsi con le ali,

le loro ombre riflesse nel sole caldo,

ma hanno paura anche dei raggi del sole,

i loro occhi fissi nell'immenso azzurro,

ma non riuscivano a trovare un perche'

di tanta paura di poter volare insieme,

ma un bel giorno le loro paure,

furono placate,

cosi' spiccarono,

in un bellissimo volo,

il volo meraviglioso,

di un amore puro e semplice.

Mirella Tailo

 

 

L'AMORE

L'Amore, si e' una cosa meravigliosa,

senti il profumo di fiori in ogni stagione,

la melodia delle cicale, anche in pieno inverno,

i tuoi occhi, sono sempre pieni, di una luce splendente,

brillano anche nel buio piu' profondo,

le tue mani riescono a guarire, i dolori piu' forti,

la tua bocca riesce a baciare le stelle,

il tuo vestito, e' un manto di stelle,

vedi il sole, attraverso la pioggia,

vedi' tutti i bambini uguali,

il cuore vuole cosi',

il cuore, una grande cosa,

pero' non ti fa' ragionare,

rende diversi anche le persone piu' moraliste,

ti fa sbagliare, quante volte ti fa sbagliare,

ma i suoi battiti, ti dicono hai sbagliato,

tu rispondi si, lui risponde hai sbagliato per amore,

cammini all'infinito,

non raggiungerai la tua meta,

cammini sui prati pieni di margherite,

ma l'amore non ti fa calpestare nulla,

l'amore nasce all'improvviso,

piu' delle volte neanche lo sai,

ma quando poi continui a camminare,

su quel prato, ti rendi conto,

che sei innamorato,

Un bacio, e' solo l'inizio di un viaggio meraviglioso,

un viaggio che ti porta lontano,

ma in realta' tu sei fermo,

le mani sfiorano le cose piu' proibite,

ma poi il tuo cuore, ti dice,

continua, nell'amore non esistono cose proibite,

il cuore rispetta solo una regola,

amarsi, se' e' sincero e' bello.

Si a volte stai male, l'amore non si sa dove nasce,

non si sa dove muore,

a volte incontra tanti ostacoli,

ma quello che non puo' fare la mente,

lo fa il cuore,

puoi essere razionale,

puoi essere deciso,

calcolatore,

moralista,

pieno di pregiudizi,

ma se in te entra il vero amore,

il vento forte, spazza via tutti i tuoi buoni propositi,

ti trovi in mezzo al mare,

ma in realta' non sai nuotare,

allora li' forse c'e' qualcuno che aspettavi,

e' cosi' insieme iniziate a nuotare.

L'amore illumina le strade piu' buie,

porta calore nei posti di dolore,

l'amore non vuole la guerra,

vuole amore amore e basta intorno alla terra,

allora se' e' cosi' bello l'amore,

ascoltiamo i nostri cuori,

e percorriamo la strada sotto un ciel sereno

diamoci la mano, non dobbiamo aver paura,

siamo gia' stati giudicati dai nostri cuori,

proviamo a volare, come farfalle,

l'importante e non spezzare con le nostre ali

le cose piu' belle.

Mirella Tailo

Scrissi questa poesia nel lontano 1980(16 anni), durante l'intervallo della scuola...

 

Roma 7 novembre 2006

Oggi, mi sono soffermata

a guardare un bellissimo fiore,

in quel profumo,

ho sentito, il profumo di mio figlio,

accarezzare i suoi petali,

era come accarezzare i tuoi,

capelli, Manuel, forse perche'

tu sei l'unico mio fiore,

guardare il tuo essere,

e' una grande emozione,

il mio cuore, dall'emozione

sfiora, i tuoi battiti,

quando, raramente,

litighiamo,

mi sento io un fiore appassito,

il tuo dolce sorriso,

stampato, in me

la tua voce,

cosi' ancora, insicura,

e' solo, una dolce

melodia per le mie orecchie,

vederti, pian piano,

crescere, quanto mi emoziona,

ma quanto, mi spaventa,

nello stesso tempo,

hai fantasia da vendere,

il teatro con te,

e' a dir poco meraviglioso,

rendi tutto cosi' reale,

anche le cose piu' spente,

il tuo dolce volto,

riesce ad illuminarle,

le tue dolci manine,

afferrano solo amore,

scacciano via,

le piu' brutte malvagita',

che la vita ci riserva,

i tuoi semplici, ma

creativi spettacoli,

danno vita a tutto cio' che

ci circonda,

il tuo meraviglioso

Pulcinella, ora sembra che anche

lui, vuole essere animato solo da te,

non puoi capire,

Manuel, quanto ti amo,

quanto ti adoro,

vorrei tanta felicita'

e amore intorno a te,

non vorrei mai,

che mio figlio,

debba attraversare

la strada nel buio,

la luce delle stelle,

vorrei che ti accompagnassero,

per tutta la vita,

vorrei sempre vederti,

allegro,

il tuo sguardo, illuminato

da quel sole meraviglioso,

baciato dalla luna,

la tua compagna,

si la luna ,la tua compagna,

dei tuoi teneri,

ma intensi discorsi,

il teatro se veramente,

e' il tuo sogno,

mamma ti augura

che il tuo sogno,

si avveri,

che il tuo cammino,

sia sempre pulito,

non rifugiarti,

mai dietro, un muro,

sappi, che prima o poi

quel muro crollera'.

Vai tranquillo,

vola come una rondine,

apri anche tu le ali,

la tua tenerezza,

e' come ali di farfalla,

il tuo amore per gli altri,

non puoi capire quanto mi rallegra,

quanto, sono fiera, nel vederti,

cosi' naturale,

corri contro il vento,

sprizzando la tua allegria,

per te non ci sono colori,

che ti fermano,

il tuo cuore,

e' un arcobaleno di amore,

le tue mani, un girotondo,

di amore e calore,

la tua allegria,

e' la mia,

quanta forza mi hai dato,

e mi stai dando,

pensavo di non farcela,

piu' a salire su quella salita,

ma la luce dei tuoi occhi,

i tuoi baci,

il giocare insieme,

ha reso la mia vita,

in discesa.

Mi doni ore allegre,

rendi le mie giornate,

un carnevale,

quanto mi manchi,

in quei giorni,

che dalla scuola,

esci tardi,

non vedo l'ora di rivederti,

di abbracciarti,

di baciarti,

e' dire,

grazie che esisti,

non ci posso pensare,

che sei stato creato da me,

l'unica cosa della mia

vita travagliata,

l'unica cosa meravigliosa,

di concreto, che io abbia

messo in porto.

Manuel ti voglio un mondo di bene

la tua mamma.

Ti adoro, sei il mio respiro, la mia ragione di vita

Mirella Tailo (41 anni)

 

SUL MIO VOLTO

Leggi sul mio volto

la storia di una vita

dagli affanni travolta.

In ogni ruga un dolore

vi trovi,in ogni piega

un amore deluso.

Leggi nei miei occhi

un nostalgico pensiero:

ritornare bimba e

scordare tutto.

Nelle mie mani è scritto

tutto un percorso

pesante di fatica.

Il mio corpo stanco

ormai aspetta:

il riposo che gli spetta.

Rosetta Greco

 

L'amore solitario

No si puo' volare, con una sola ala,

non si puo' abbracciare con un solo braccio,

i cuori devono essere due,

bisogna camminare con due gambe,

sentire l'equilibrio nel tuo corpo,

non si puo' sempre sognare,

anche il sogno alla fine,

e' una parte, non e' completo,

sogni di cartone,

illuminati da un sole,

ma l'amore vero,

non ti fa riflettere,

ti fa sbagliare,

ma e' cosi' bello e naturale

sbagliare per amore,

tanti errori si commettono,

gravi e seri,

nell'amore se si commettono,

errori, e' solo colpa del cuore,

grande cosa il cuore,

ma non e' mai andato

d'accordo con il cervello,

il cuore ti fa volare anche con una sola ala,

perche' ti da forza e speranza,

con l'amore non vedi mai tramontare

il sole, non vedi mai dormire

le stelle,

perche' esse sono riflesse

negli occhi dell'amore,

la tua bocca, vorrebbe

esprimere quello che gli viene

dettato dal cuore,

le tue mani, vorrebbero

sfiorare la luna,

ma l'impossibile non e' mai morto,

l'amore riesce a far fiorire,

margherite in pieno inverno,

farti sentire le onde del mare

attraverso le montagne,

riesce a racchiudere granelli

di sabbia, senza farne cadere uno,

ecco quello che si prova

quando c'e' il vero amore,

quello con la A maiuscola.

Scritta in data odierna da me, 17 dicembre 2003 ( oggi compio 39 anni )

Mirella Tailo

 

Storie di ordinaria Tossicomania

Mi inviano una serie di racconti veri Angelo Marino Trisolini e Silvana Zanasi.

Tratto da questi pubblico la seguente autobiografia:

Sono un giovane di buona famiglia, vivo con i miei genitori ex proprietari di un bar, ora in pensione. In passato avevo molti amici, un buon rapporto con tutti e tanti sogni per la testa. Facevo mille progetti, uno in particolare era il mio preferito. Diventare proprietario di un lussuosissimo negozio d'abbigliamento. Vi narrerò la mia storia, simile a quelle di tanti ragazzi che come me l'hanno vissuta, ma vi assicuro che provarla sulla propria pelle, signori miei, è un'altra cosa.

Con la fine del servizio di leva (assolto nella "Beneamata") divenni commerciante in abbigliamento. Volevo conquistare l'indipendenza economica e dimostrare a tutti le mie capacità. Le mie giornate erano intense ma io spesso ero triste, incapace di assaporare pienamente quanto riserva la vita. Cercai di superare questi miei scompensi psicologici rivolgendomi al medico curante che mi prescrisse un ansiolitico. Mi accorsi ben presto che le pastiglie non risolvevano i miei problemi, anzi mi facevano perdere lucidità e mi abbattevano. Frequentavo nel pomeriggio una palestra, riconobbi alcuni ragazzi e, con uno in particolare, nacque una solida amicizia. Ricordo che dopo un allenamento, il mio nuovo amico, mi propose di unirmi a lui e ad altri per trascorrere una serata da sballo. Quella sera mi propose di fumare uno spinello, l'avevo già fatto perciò non mi scandalizzai e pensai "mi farà bene", così accettai quella "canna". Per vincere le mie paure e le mie ansie cominciai a fumare hashish e marijuana. La canapa mi procurava sensazioni gradevoli e scaricava la mia tensione ma quando l'effetto finiva tornavo ad essere ansioso, triste, depresso.

Qualche mese dopo, sempre il mio amico, mi disse "Vuoi provare qualcosa di davvero potente? Di incredibile, di straordinario, che ti esalta senza far perdere la lucidità ?" e fece scivolare sul tavolo una bustina di polvere bianca. Mi mostrò come "sniffarla". Lo feci e mi sentii un leone, assumerla mi toglieva le ansie, i dubbi, le paure. Era Cocaina. La cocaina, rispetto agli spinelli, riusciva a farmi sentire molto più presente, potente, pronto all'azione, la mia insicurezza scompariva. Ma finito l'effetto, che era sempre più breve, mi ritrovavo angosciato, irritabile, scontroso. II mio lavoro mi consentiva di guadagnare bene e non mi mancava la disponibilità economica per l'acquisto della droga. Avevo una ragazza che mi amava, ma io mi aggrappai alla coca che esercitava su di me un potere esaltante e, non lo nego, mi piaceva. Ma non è questo che mi ha fatto proseguire con il consumo di cocaina quanto l'illusione di trovare in quella sostanza la cura della mia depressione. Una sera del 1987 mi fu offerta della polvere scura, la inalai senza sospettare nulla. Ne ricavai un benessere ancora maggiore di quello della cocaina. "cosa mi hai dato?" "Eroina" fu la risposta. Provai da allora sensazioni ancora più forti, un senso di beatitudine e di rilassamento totale che non m'impedivano di restare lucido e cosciente. Una meravigliosa sensazione di piacere, euforia, di tranquillità interiore. Non avevo bisogno di null'altro per essere sereno. Ma quelle sensazioni erano il peggiore degli inganni e fui trascinato rapidamente nell'inferno della tossicodipendenza. Quando svaniva l'effetto dell'eroina ritornavo ad essere il ragazzino di sempre e non il gran commerciante che sognavo di diventare. Ciò mi faceva star male e ritornavo al mio rifugio provvisorio sempre più spesso, l'eroina. Ben presto ne fui in trappola, la droga divenne indispensabile, più ne assumevo più ne sentivo la necessità, non riuscivo più a lavorare senza doverla assumere. La droga era divenuta indispensabile in ogni momento della giornata. Nel 1989 la situazione è peggiorata e ho iniziato ad iniettarmela endovena, a bucarmi insomma. Mia sorella fu la prima a capire e con il massimo della sua dolcezza mi portò a confidarmi con lei. In accordo mi sottoposi ad una cura disintossicante in casa e mi seguiva a giorni alterni uno psicologo. Pensavo di potermi liberare facilmente dall'eroina e affrontai la cura con superficialità. Appena potei uscire di casa mi procurai un "pezzo", ricascandoci. Tutti i giorni provavo i sintomi dell'astinenza. Senza droga stavo male, avvertivo dolori tremendi, tremori, brividi in tutto il corpo, sudavo senza motivo, non riuscivo a stare in piedi ma neanche seduto o sdraiato. Avevo scatti d'ira furibondi e soffrivo d'apatia totale. Riprovai a disintossicarmi con tranquillanti e psicofarmaci, ma ormai non ero più me stesso. Riuscivo a mangiare, a stare bene fisicamente, ma avvertivo una sensazione di vuoto, come se fossi privo di qualcosa per andare avanti. Era la "fissa" che mi martellava la mente e mi spingeva a cercare l`eroina" dall'amico tossico o dallo spacciatore. Niente mi fermava. Nemmeno la paura di essere arrestato. La mia vita era finita. Creavo storie allucinanti, manipolazioni ed imbrogli per mettere insieme i soldi necessari a pagare le dosi. II mio unico interesse era la droga. Ero consapevole di ciò ma l'eroina ha proprio questo di spaventoso; toglie al drogato la possibilità di decidere, riducendolo in uno stato di subordinazione totale. Le giornate trascorrevano uguali, senza orari, spesso saltavo i pasti. Mi facevo e aspettavo che l'effetto svanisse per ricominciare. Un buco dopo l'altro, ridotto ad uno stato larvale, avevo perduto ogni cosa. Reduce da due overdose e al culmine di una gran disperazione m'imbottii di tranquillanti e farla finita mi parve l'unico modo di troncare un'esistenza senza più senso. II suicidio fallì, mi risvegliai dopo due giorni con il forte desiderio di liberarmi della droga. Mi allontanai dall'eroina per due anni per poi ricaderci. Nell'agosto del 1992 entrai in una comunità terapeutica. Ormai ero sconvolto, non potevo più trascinarmi in quell'inferno ove anche le sensazioni piacevoli date dall'eroina erano un miraggio lontano e mia unica compagna era la sofferenza. La voglia di uscire dall'incubo era divenuta sempre più forte e questo saldo proposito di curarmi è stata la mia gran fortuna. Sono rimasto nove mesi nella Comunità e una volta uscitone sono andato incontro all'ultima ricaduta, la decisiva. Da questa mia esperienza ho tratto una teoria su come funziona la droga. Nel cervello tutti noi abbiamo una zona che definirò sensitiva. Questa zona ci fa sentire bene quando ci sono dei motivi per esserlo. Quando, per esempio, trascorriamo delle belle vacanze o compriamo una cosa che ci piace o qualcuno ci fa una corazza è come se questa zona sensitiva venisse accarezzata diciamo da un pennello e ci sentiamo bene. Una persona che usa la droga si sente bene senza motivo reale, non deve andare in vacanza, comprare qualcosa o essere amato, perché la droga agisce direttamente sulla zona sensitiva del cervello. Essa agisce non come una pennellata ma come una spazzolata, anzi, per chi si buca è una vera martellata. La zona, per mia diretto esperienza, così viene annientata, bruciata, avvelenata dalla droga non potendo più reagire a stimoli e piaceri normali. Quando, poi, la persona smette di drogarsi non c'è più il martello che picchia sulla zona sensitiva ma non c'è neanche nulla che possa sostituirlo perché le cose belle della normalità non riescono a stimolare più quei centro. A questa persona puoi dargli una casa, una moto, un nuovo lavoro, soldi, una famiglia, un sacco di cose bellissime per le persone normali, ma a lui non importano niente. Lo puoi amare, accarezzare, ma lui non reagisce più. Non ne è più capace. Chi smette deve anche fare i conti con ciò che ha causato. I genitori distrutti, il tempo perduto, l'emarginazione, lo sputtanamento. Chi smette di bucarsi non sa più che farsene della giornata perché il buco era diventato un lavoro vitale e lo teneva occupato tutto il giorno. E' per questo che si ricade così facilmente anche se si dispone dell'aiuto necessario. Io ho cercato di smettere otto volte senza riuscirci, questa e la nona, l'ultima, anche perché il nove è il mio numero fortunato.

Vostro Lino.

 

 

 

 




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