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Rossella Usai
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LA FINESTRA DI STRADABELLA
- Ehi Fossati ti vuole subito il capo!
- Cosa accidenti vorrà quello sclerotico, oggi è la terza volta che mi chiama per dirmi
solo delle cose senza importanza - sbuffò l'uomo.
- Salve Fossati come va? - L'agente di commercio Dino Fossati, un bell'uomo ancor giovane,
non rispose, si limitò a guardare il suo obeso datore con un'espressione rassegnata, il quale
molto tranquillamente gli disse, - sa questa volta ho intenzione di affidarle un gran bel
lavoro, e lei è proprio la persona giusta, ha una bella immagine ed è molto convincente.
- Dovrà recarsi in Emilia - proseguì l'uomo, - in una bella cittadina in provincia di
Piacenza, la quale adesso mi sfugge il nome, comunque sarà informato oggi stesso ci risulta
che abbiano aperto dei nuovi negozi che, visto quello che produciamo, fanno proprio al
caso nostro, e lei naturalmente ci rimarrà il tempo necessario per concludere dei prosperosi
affari, e ce la farà ne sono certo.
- Il "capo" sicuro di ciò che aveva pronunciato congedò l'uomo. - Si chiama Stradabella
quel paese hai capito Fossati?
- Gli disse più tardi un collega, - e poi è in Emilia e le donne emiliane sai anche tu
come sono o no? Vedrai che ti divertirai.
L'agente di commercio partì la sera stessa, la strada da percorrere non era certo poca,
ma era abituato a viaggiare.
Arrivò a destinazione poco prima delle ventitrè; notò con stupore la gran quantità di
insegne sfavillanti di ogni colore che con i bagliori intermittenti annullavano quasi
completamente la fredda luce dei lampioni antichizzati, vide con stupore il gran numero
di persone di ogni età e sesso all'interno dei locali pubblici, resi ancora più allegri
dai numerosi musicanti posti nelle piccole ed adorne piazzette, mentre alcuni ragazzini
non potevano fare a meno di far urlare i loro motorini, incuranti delle numerose
imprecazioni rivolte loro dai più anziani. Dino sorrise, ricordando che molti anni
prima faceva le stesse cose.
- Fa molto caldo - pensò - quasi quasi mi faccio un bel gelato, ed intanto passeggio
un po', qui almeno si vede qualcuno che si diverte, al mio paese a quest'ora sono
tutti davanti alla televisione come degli ebeti, mica vanno al bar, lì bisogna
"spendere soldi" - così entrò in una gelateria dove l'enorme quantità di sapori
lo misero letteralmente in difficoltà, accentuata dal fatto che una ragazza
in camice bianco posta dietro al banco, lo guardava con aria interrogativa
aspettando una sua decisione, la stessa cosa facevano i vari clienti che
aspettavano il proprio turno.
Per togliersi di dosso tutti quegli sguardi, ordinò in gran fretta e con poca fantasia
il classico cono panna e cioccolato.
All'uscita del locale, nonostante la frescura datagli dal gelato, fu avvolto dall'ennesima
vampata di calore; il primo a percepirla fu naturalmente il cono che colando inesorabilmente,
gli disegnò una densa macchia marrone sui pantaloni di lino chiaro.
- Ci mancava anche questa, ora come faccio a girare in mezzo alla gente con questo "regalo"?
Più tentava di pulirla col fazzoletto, più questa si allargava. Per evitare altri
disastri ingoio completamente il cono rimanendo quasi soffocato.
- Vorrà dire che andrò ad esplorare le strade meno frequentate, non mi va di farmi notare
in queste condizioni. - Così seppur dispiaciuto si avviò verso la periferia della cittadina.
Scelse una via qualsiasi, per lui essendo un estraneo, erano tutte uguali. In quella zona
priva di insegne e di locali e soprattutto di gente, le case sembravano tutte vecchie
e trasandate, non certo simili a quelle del centro; - che squallore - pensò, l'unica cosa
di carino o meglio di "vivo", era un vecchio balcone in ferro battuto, addobbato
in modo quasi esagerato da ogni qualità di fiori e piante scrupolosamente curati,
lo guardò a lungo pensando a quanta premura dovevano dedicargli i proprietari
per mantenere qualcosa di così bello.
Alzando lo sguardo all'ultimo piano della casa, notò una finestra dalla quale
giungeva una tenue luce giallastra, che probabilmente era resa tale da un paio
di tendine ricamate sicuramente erano originariamente bianche, ma anche da lontano
si capiva che erano decisamente sporche; il contrasto del vivo balcone e quella
finestra dall'aspetto sinistro, colpì Dino Fossati che non nascose una
certa perplessità che si trasformò presto in un inspiegabile turbamento
ogni qualvolta puntava gli occhi su quella finestra dalle quale ne si
udiva ne si notava traccia umana.
- Sarà meglio che torni in albergo, ormai è tardi e domani inizierò il lavoro.
Così pensando si allontanò. Gli affari andarono come previsto, i nuovi clienti si
dimostrarono subito ben disposti alle offerte dell'uomo, alcuni tra i più anziani
si rivolgevano spesso a Dino dicendogli:
- Sa la sua faccia non mi è nuova, - poi bruscamente cambiavano come se avessero paura
di proseguirlo.
- Il capo mi ha concesso pochi giorni, ma qui di lavoro ne rimane ancora parecchio,
e poi c'è qualcosa di strano in questo posto, forse è meglio che lo avvisi; - dopo aver
composto il numero gli rispose la segretaria:
- Si pronto mi dica - disse una donna in modo professionale alle quale rispose Fossati,
- ciao Carla sono Dino mi passi il capo?
Il direttore è assente, e poi la signora che lei dice è andata in pensione da
parecchio tempo, posso esserle utile signor?
Come ha detto di chiamarsi? - Lasci perdere non ha importanza buon giorno.
Era decisamente in confusione; - Carla in pensione? Ma se le mancavano ancora più
di dieci anni! Mah al ritorno sentirò che cosa è successo.
La sera uscì nuovamente, stando ben lontano dalle gelaterie.
Il porfido delle strade reso scivoloso e lucido dall'umidità rifletteva a tratti
deformandola l'immagine di Dino che la osservava divertito, non si accorse di una persona
che camminava frettolosamente al suo fianco. Era la ragazza della gelateria, fu lei per
prima che avendolo riconosciuto gli rivolse la parola:
- Ehi mister panna e cioccolato niente gelato stasera?
- Ah è lei signorina mi scusi, ma non l'avevo riconosciuta, passerò più tardi quando
ci sarà meno gente, così potrò scegliermi i gusti con comodo, e magari faremo quattro
chiacchiere se la cosa non le dispiace, ora vado a passeggiare un po', - le disse tutto
contento.
Va bene allora venga verso l'orario di chiusura, così le spiegherò com'è la vita
da queste parti dato che lei viene da così lontano a dopo allora.
- Il mio collega aveva proprio ragione sulle emiliane - pensò divertito mentre
camminava con le mani in tasca.
Giunse quasi senza accorgersene nella nota via dal balcone fiorito e dalla finestra
illuminata che osservò a lungo.
Uno strano senso di malessere lo fece allontanare velocemente da quel luogo.
- Ma che mi succede! Sto forse impazzendo? Come si fa ad aver paura a guardare una
finestra? Non ho mai avuto problemi di un certo tipo, tranne quella volta che sono
stato investito e sono rimasto in coma per tantissimo tempo, addirittura mi
diedero per spacciato; sarà l'effetto del caldo e del vino al ristorante.
- Così dicendo si sciolse il nodo alla cravatta inspirando profondamente aria
bollente e scivolosa, mentre si arruffava con le mani i folti capelli neri.
- Voglio provare ad andarci con la luce del sole, sono curioso di vedere se tutte
queste stupidaggini si ripetono ugualmente a proposito dimenticavo l'appuntamento
alla gelateria. Si rifece il nodo alla cravatta e dopo essersi dato una pettinata,
si avviò verso il centro del paese.
L'indomani alle quindici in punto, Dino Fossati era immobile all'inizio della via dove
l'unica cosa che ne rompeva lo squallore, era il balcone in fiore che scorgeva in lontananza.
Stringendo forte i pugni e con le braccia rigide lungo i fianchi, con passo deciso
cominciò ad avvicinarsi; i suoi occhi avevano un'aria di sfida che naturalmente
era rivolta a se stesso.
Si bloccò rigidissimo a fronte del poggiolo, alzando lo sguardo verso la finestra dove
vide con sorpresa che le persiane erano state chiuse; - ma allora c'è qualcuno - pensò
quasi rincuorato.
Un lento cigolio gli fece abbassare lo sguardo, la porta del terrazzo fiorito si stava
aprendo; apparve una donna di mezz'età vestita di scuro, somigliava vagamente a
qualcuno che l'uomo conosceva, ma non se ne rammentò; la signora in scuro cominciò
a recidere i fiori più belli, attente com'era al suo lavoro, non si accorse
o non notò la presenza di Dino, poi come era apparsa la donna rientrò.
Udì seppur con difficoltà il classico rumore di qualcuno che sale lentamente delle scale,
- sta andando di sopra, chissà chi - non riuscì a trattenere la sua curiosità,
quando decise di entrare in una piccola porta, immaginava o era quasi certo
che una ripida scala lo avrebbe portato al piano superiore alla stanzetta con le tendine.
Arrivato in cima, si trovò di fronte un'altra porta appena accostata, trattenne il fiato
quando si accorse che qualcuno all'interno stava dialogando seppur a bassa voce.
- Poveretto dopo quasi vent'anni di coma il Signore l'ha voluto con sé - disse un
uomo proseguendo, - grazie per quello che ha fatto signorina Cristina. - ho fatto
tutto quello che potevo - singhiozzò la donna, - non potevo lasciarlo in quell'ospedale
con degli sconosciuti che tutti i giorni gli bucavano le braccia come si buca
un prosciutto per sentire se è buono, e continuavano a rivoltarlo come se fosse un
pupazzo di paglia, ogni volta che andavo a trovarlo era come se mi guardasse
per dirmi "portami via di qui," grazie ad una mia amica infermiera ho avuto
tutto il necessario per poterlo assistere se così si può dire, mi ricordo
quando lo vidi per la prima volta, lavoravo in una gelateria quando lo vidi
entrare mi piacque subito, era così spaesato e timido, ed in mezzo a tanti
gusti ordinò un misero cono con panna e cioccolato, forse per non
farmi perdere tempo, ma quando uscì per pulirsi i pantaloni che aveva
macchiato, una macchina lo investì in pieno.
Dino ascoltava, ma non riusciva a capire, era tutto così drammaticamente assurdo.
- Mi sento quasi in colpa, fui proprio io ad affidargli quell'incarico, avevo piena
fiducia in lui, era un ragazzo veramente in gamba in ufficio lo chiamavano
"lo scapolo d'oro", adorava le donne, ma non si sarebbe mai sposato, diceva spesso
che era troppo buono per competere con loro.
Dall'altra parte Dino Fossati ascoltava e riuscì a vedere l'uomo che aveva pronunciato
quelle parole: era il suo direttore il dottor Parodi invecchiato di chissà quanti anni,
non riuscì però a scorgere la figura dello sventurato che stava sul letto, vide solo
un lembo di coperta marrone.
Il dottor Parodi intanto proseguiva, - dobbiamo chiamare l'impresa per il
funerale ed avvertire i parenti a questo penserò io naturalmente, anche se resterei
volentieri qui.
- No, non ce n'è bisogno torni pure a Genova, disse la donna, - e preghi per il mio Dino,
sono certa che ci ascolterà.
Paolo Albini
E-mail Paolo Albini
Non era previsto dal computer.
Aldatv - dicembre 2005
Vedrò nella notte di veglia inquietante nella area Mandrogna,solcare il cielo.
Loro, i fuochi affascinanti,barlumi di vita, non previsti dal camice
dottorato, fuggono rapidi e furtivi.
Respiro piano, il cuore tende a uscire dal suo comodo talamo.
Tengo fra le mie una mano scarna e tremante.
Noi: io e quel corpo di donna consunto dallo scorrere di attimi di tempo,
assise sulla sponda dell’asettico letto: assistiamo.
Lacrime tiepide solcano volti inespressivi al chiarore di una luna beffarda.
Parole illogiche sfuggono.
Rabbia inesplosa e malamente contenuta di emozioni sospese da ore.
Ricerco rapida motivazioni valide per farmi assaporare l’insolita esperienza
di vita astrale.
Le meteore, attese in altre giornate beffeggiano il mondo.
Corro a pensieri dannosi e distruttivi, alternanza di lacrime e risa.
Come una meteora, beffardo il verdetto.
Meteore:
un fuoco,
vivo, senza estinzione.
Corre sulla mia testa un passo incerto.
Tonfo di un peso di vita, un volo stanco senza senso apparso ai miei occhi.
La liberazione cercata con coraggio o vigliaccheria non giudicata.
lacrime scorrono,
obnubilate dalle sirene legalizzate nel cuore della notte.
Non era previsto dal computer:
una condanna di non-vita.
Alda Tosco
E-mail Alda Tosco
Occhi nelle tenebre di Alda Tosco
Turbolenze
sul
Golfo del Leone,
viaggio senza ricordi
se non manifesta
paura di un vuoto
senza ritorno.
Gatti egiziani,
una scala a chiocciola proibita:
presenza regale,
occasione non predisposta
che mi stringe la mano
perdendo la magnificenza
dell'essere RE.
Caldo afoso,
mani sicure
in terra
straniera
mi accolgono
sotto una coltre
asettica viola.
Quirofano
attende le vittime
accomunate
da uno strano destino
per donare
loro una sperata certezza.
Il giorno,
la notte,
tutti i palpiti
del buio si attivano
e rendono partecipi
una epidermide
ignara
della insolita esperienza
che risveglia il senso
sopito
della percezione
del minimo soffio vitale.
Sardane,
nostalgiche
festose,
irrompono
vibrando
in un corpo
senza riferimenti.
Tre giorni,
estranei mutamenti
dei sensi attivati
passi contati,
respiri ascoltati,
tepori valutati,
l'eternità di un momento:
occhi nelle tenebre.
Alda Tosco
E-mail Alda Tosco
Come acqua di mare
si trasforma in vapore...
si confonde tra le nuvole
corre nei cieli!
Poi si ferma,
cade e cerca un nuovo mare...
Le sue onde si infrangono instancabili,
su spiaggie,
scogli naturali e artificiali.
Lascia tracce,
conchiglie e rifugi,
cancella orme,
nasconde ricordi...
è una danza "fuggire e ritornare" e...
non la puoi fermare!
E questo vento,
forte e pungente,
ci chiede di svegliarla!
Giorgio
Il ghigno della morte
Buio, terrore, morte... cose che appartengono alla vita.
Mi presento: il mio nome è Jonathan, di professione giornalista. Lavoravo al
giornale dell'occulto fino al giorno in cui mi capitò uno strano caso tra le mani.
Trattava di una vicenda che era accaduta in una casa di "Death street"...
Death street
In una casa di Death street, è scomparso un uomo di 45 anni. Di lui e della sua roba,
non vi è traccia, solo una falcetta è stata trovata davanti a una porta chiusa a chiave.
Mi recai in quel quartiere. Le mie ricerche mi portarono davanti a quella porta, che però
non riuscii ad aprire. La polizia ce la fece...ma tornarono solo due di loro, quelli fuori
di guardia, gli altri furono spazzati via dalla furia della morte.
Non mi spaventai, portai avanti con curiosità le mie ricerche, e scoprii che in
quella casa un tempo vi era un nascondiglio per le sedute spiritiche. Ritornai dentro
la casa, e con quella falcetta lasciata in terra dalla polizia, aprii quella porta
che pareva bloccata dall'interno. La falcetta pareva essere la chiave della porta,
come un'ingresso per un'altro mondo.
Chi l'aveva lasciata lì? Di chi è il volto misterioso della morte?
Il giorno dopo tornai sul luogo, e con la falcetta aprii la porta. Senza indugio
entrai e mi trovai in terra, in un posto buio, non sapevo dov'ero...
Ad un certo punto vidi qualcosa...aveva un mantello nero ed una falcetta identica alla mia.
Mi fece cenno di seguirlo, e mi ritrovai in un posto strano, un oblio. Mi pareva di essere
tra la vita e la morte. Non sapevo ancora cos'era quella cosa che mi aveva guidato lì,
e sempre seguendolo, vidi che apriva uno stiletto scavato nella roccia, e mi diede un
mantello come il suo. Nell'oscurità intravidi qualcosa del suo volto, e l'individuo
si voltò, levandosi il cappuccio. Urlai, la morte era davanti ai miei occhi. Aveva un ghigno.
Ora so cos'è la morte, avere stampato nella mente quel volto: che orrore!
Nel suo volto, nella sua espressione, vi era qualcosa di maligno. Mi guardai intorno, e
vidi una scrittura:
" Storia di questo pianeta"
"Tutto iniziò molti anni fa, quando sulla terra vi erano ancora solo batteri; qui
accadde una cosa strana....nacque il primo essere di questo pianeta... uno scheletro,
si proprio uno scheletro. Quando il pianeta fu interamente popolato di questi esseri,
dal cielo apparve qualcosa. Sembrava un'ombra ma era stranamente rossa. L'ombra si rivelò
con l'aspetto maligno e demoniaco di un essere dal nome Lucifero. Ci indicò la nostra
missione: portare da lui le anime dei terrestri appena morte. Appena demmo segno
di ribellione, lui riunì tutti i nostri continenti, fino a fare venire un terremoto
pari a una collisione con un asteroide. Uno steroide colpì la pangea del nostro
pianeta, frantumandola, e lasciando solo piccole isolette."
Io Xabaras sono l'ultimo rimasto della mia generazione - mi disse allora l'individuo
che mi aveva condotto fin lì - sulla terra mi chiamano "La morte".
Allora capii: questo pianeta è parallelo al nostro, e per qualche misterioso motivo,
la porta verso di esso è proprio in quella casa. Siamo tutti collegati ad una sorte...
LA MORTE...ed io ormai sono perduto per sempre!
Copyright © 2004 di Simone Pintus (anni 13)
La ranocchia dispettosa e l’uccellino incantato
Una tranquilla e solitaria villetta, immersa in un intricato bosco di montagna, godeva di uno
splendido specchio d’acqua. Un laghetto artificiale creato e costruito per soddisfare i desideri
di una bimbetta poco fortunata.
La piccola Veronica, dai capelli color del sole e con un sorriso dolcissimo, era solita abitare
vicino a quel laghetto orlato da verdi foglie,sopra le quali facevano bella mostra delle ninfee variopinte.
Ella, per una grave malattia, era costretta a stare su una sedia a rotelle,le sue gambe erano prive di tono
muscolare, quindi, non poteva camminare. I suoi occhi tanto tristi spesso si beavano nell’osservare le
meraviglie della natura. Mentre il cuoricino le batteva forte i suoi pensieri volavano nel mondo del fantastico.
Tutti i pomeriggi, la bimba soleva farsi accompagnare dalla sua tata per sostare sotto l’albero
al laghetto. Sognava con il pensiero, sognava con il cuore, sognava perché amava la vita...E da quei sogni fantastici
venne fuori una bella favoletta.
“La rana dispettosa e l’uccellino incantato.”
Il cinguettio di un uccellino, simile ad una dolce musica si irradiava per il bosco e si fermava proprio sopra
la ninfea bianca dove una bella ranocchia ne afferrava ogni nota musicale per conservarla nel suo cuoricino innamorato.
La ranocchia, purtroppo, era alquanto dispettosa. Quando l’uccellino le si avvicinava, tutto contento e cinguettante,
ella si nascondeva e non gli dava tanta confidenza ma, osservava, interessata, ogni suo movimento.
Nella gioia del creato l’uccellino cinguettava la sua stoia:” Ero un ragazzino allegro e giocherellone finché una fatina,
con la sua bacchetta magica, mi rapì nel mondo del mistero. Intricati sentieri, visioni celestiali, fatine che suonavano
l’arpa, che conversavano con il picchio, che volavano tra le nuvole spumeggianti, che si nascondevano tra i colori
dell’arcobaleno; vi erano anche gli gnomi che andavano per il bosco fra rami e rametti dove sostavano numerosi
gli animaletti. In un mondo da favola e con tanta fantasia il mio pensiero mise le ali e…volai. La magia del
creato è ormai la mia dimora ma.. fra tanta bellezza c’è sempre la cattiveria “dell’uomo con il fucile”, egli
va per il bosco e non lascia che ognuno di noi faccia il percorso di vita che Dio ci ha donato. Il canto era
melodioso ma, il racconto dell’uccellino un po’ triste. La ranocchia si commosse così tanto che le vennero
le lagrime agli occhi . Pianse così forte che una lagrima bagnò il cuore dell’uccellino.
Apparve un bel giovane, alto, biondo e …con un sorriso dolce, la dolcezza dell’amore. L’amore aveva sciolto l’incantesimo.
L’amore fu così profondo che, anche la ranocchia si trasformò in una bella ragazza. Si amarono e…… vissero felici e
contenti…..””
I miracoli dell’amore sono veri e non si fermano nel mondo della fantasia e dei sogni ma , scendono fino al nostro mondo,
un mondo vero, reale dove troviamo e risolviamo, spesso, tutti i Perché della vita. I genitori di Veronica non cessarono
di cercare la soluzione favorevole per la salute della loro piccola.
Scrissero, consultarono medici e fecero i viaggi della speranza, cioè portarono il loro “caso”all’estero. Tutto sembrava
inutile, la speranza stava per lasciare il posto alla rassegnazione, finchè un pomeriggio di un giorno qualunque,
ricevettero una telefonata dal medico che aveva in cura Veronica .Uno specialista della malattia, per caso si trovava
proprio nella loro città. Lo contattarono e riuscirono a fare visitare la piccola.
La diagnosi fu favorevole, l’amore per la vita vinse la grande battaglia.
Veronica venne operata e dopo mesi di terapia e cure speciali riuscì a fare i primi passi e, nel tempo, il miracolo
fu più grande; Veronica lasciò la sedia a rotelle.
Adesso i suoi sogni, vicino al laghetto, non sono più fantasia ma...vera realtà.
L’orologio della vita batte il tempo senza sosta alcuna. Passano i giorni e anche gli anni. Veronica è cresciuta ed è
diventata una bella ragazza, ha trovato il suo amore proprio vicino al laghetto e adesso vive felicemente la sua favola.
“Ai perché della vita trovane la soluzione e...vai avanti...”
Rosetta Greco
Senza mamma
Ero un cucciolo di gattino, spelacchiato, infreddolito e affamato. Appena nato la mia mamma mi lasciò sull’asfalto, bagnato di fango, sotto una grossa macchina in sosta. Era notte fonda, pioveva a dirotto e nessun essere vivente passava da quelle parti. E’ la fine, pensai subito ma, in cuor mio c’era sempre una piccola luce: la speranza.
Provai a gridare aiuto con quanta forza avessi in corpo ma, naturalmente, il mio pianto rimaneva senza risposta alcuna e, si perdeva tra una goccia e l’altra della pioggia cadente.
La speranza di essere soccorso si affievoliva sempre più e il mio miagolio si spegneva a poco a poco. Stanco e sfinito mi accucciai sotto una delle ruote della macchina e…aspettai. Per mia fortuna la macchina rimase ferma. Non accadde nulla per tutta la notte e, allo spuntar del giorno, alla tenua luce di un sole annebbiato da grosse nuvole nere, accadde il miracolo dei miracoli. Sentii un calore strano che avvolgeva e si diffondeva per tutto il corpo. Una dolce sensazione di piacere scorreva nelle mie vene e, mentre mi rannicchiavo sempre più, fui preso e portato via. Da chi, come e dove lo capii solo più tardi. Era una cagnetta, piccola quasi come la mia mamma, due grandi occhi neri con lo sguardo attento e profondo; il pelo era di un colore bianco con delle macchie grigie. Quasi all’ultimo minuto, la fatina era venuta in mio aiuto. Il cuore cominciò a pulsare forte; non più per quella squallida fine cui sarei andato incontro, ma soprattutto per quella situazione in cui mi trovavo. Non sapevo se aver paura oppure gioire per la mia salvezza: chiusi gli occhi e mi lasciai cullare. Il piccolo musetto mi afferrò, con delicatezza, sostenendomi senza che mi facessi del male.
La cagnetta camminò un bel po’; quasi ansante, si fermò presso una casetta solitaria con un giardino poco illuminato.
Altri cuccioli aspettavano la loro mamma, piangevano e si disperavano. La cagnetta, dopo avermi sistemato in mezzo a loro, si accucciò in posizione comoda in modo che ognuno di noi potesse prendere il suo latte. La musica disperata, del pianto dei piccoli affamati, si trasformò, ben presto, in un melodioso rumore di gente appagata, ansi di cuccioli felici.
Il latte di mamma cagna era davvero buono; in breve tempo si notarono i primi risultati, stavamo crescendo sani, forti e giocherelloni. Da tener presente che i miei cromosomi sono diversi da quelli dei miei fratellini da latte. Così, mentre le loro zampe diventavano più alti e il loro corpo più grosso, io rimanevo piccino piccino. Quando si giocava, ero sempre io ad avere la peggio; tutto sommato ero felice, mangiavo, giocavo ed ero la “mascotte” della famiglia. Cosa avrei potuto desiderare di più?
Nella casetta vi abitava una vecchierella, piccola di statura, un corpo abbastanza gracile e i capelli, tutti bianchi, erano raccolti sulla nuca. Era una figura di donna che ricordava tutte le nonne del mondo. Sempre allegra e sorridente, viveva tutta sola in quella casetta piccola e solitaria. Di tanto in tanto venivano dei ragazzi a giocare con noi e, la signora dava loro dei dolcetti fatti in casa.
La mattina, allo spuntar del sole, Ella apriva la porta e ci portava da mangiare; un pastone molto buono, così venivano risparmiate le forze della cagnetta. Si, perché eravamo in quattro a prendere il suo latte e, in verità essa era diventata molto magra. Dopo aver fatto una carezza ad ognuno di noi, la signora, metteva in ordine la nostra cuccia, raccoglieva le foglie secche nel giardino e riassettava la sua dimora.
Le giornate trascorrevano allegre e serene. La nostra mamma, spesso, si allontanava per fare ritorno con qualche boccone di buon cibo, trovato lungo il percorso del suo “andare”. Nessuno ci dava fastidio, era una vera “cuccagna.”
“ Purtroppo il viale della vita non è sempre alberato e di facile percorso. I dirupi e le valanghe arrivano quanto meno li aspettiamo. Gli ostacoli sono sempre in agguato e, se non sappiamo affrontarli, questi ci coinvolgono e ci travolgono senza pietà alcuna”.
I pericoli, per noi esseri indifesi, sono tanti così, ognuno di noi, sin da piccolo, deve imparare ad affrontarli e…possibilmente a superarli.
Si cresceva e si diventava più grandi. I miei fratellini andavano e venivano seguendo la mamma, mentre io rimanevo in giardino ad esplorare ogni angolo del posto.
Capitava, qualche volta, che la signora mi tenessi in casa a farle compagnia, io ne ero felice.
Era un pomeriggio di un giorno qualunque, un temporale, da fare paura, si abbattè da quelle parti. Lampi e tuoni squarciavano il cielo con suoni simili a lupi in rivolta. La pioggia scendeva dalle nuvole nere come cascate turbolenti, c’era anche tanta nebbia da non vedere ad un centimetro di distanza.
Ero terrorizzato, mi trovavo solo, in un angolo del giardino, lontano dalla mia cuccia e dalla casetta. Non rimasi a lungo ad osservare quel panorama di terrore, scappai senza sapere dove andare; mi ritrovai ai confini del giardino, mi stavo allontanando sempre di più, ero bagnato e continuavo a tremare.
Intanto mamma cagnetta con i miei fratellini erano in difficoltà. Uno dei piccoli era caduto in una buca piena d’acqua e, la mamma nel tentativo di soccorrerlo, vi era caduta anche lei dentro. Gli altri piccoli se ne stavano arrotolati , con la testa sotto un masso che faceva da riparo. A modo loro, stavano lì riparati dalla pioggia e, non si accorgevano che era solo la testolina riparata, mentre tutto il corpo era bagnato fradicio. Si lamentavano appena, il loro grido di aiuto era un lontano lamento come di chi non ha più speranza di salvezza.
Il rumore dei tuoni e della pioggia, in un primo momento, aveva coperto quel fioco lamento; poi, tra un tuono e l’altro ho percepito quel suono. Era un abbaiare stanco e affaticato, mi sono messo in allarme e, quatto quatto ne cercai la provenienza.
La scena non fu, per niente, bella, non sapevo cosa fare, volevo a tutti i costi salvare mamma cagna.
Un affetto profondo mi legava a lei; mi aveva salvato la vita; si era sostituita in tutto e per tutto alla mia vera mamma; mi amava e mi coccolava con lo stesso amore che dava ai suoi piccoli.
Ero disperato, non sapevo prendere una decisione adeguata alla situazione. Io ero troppo piccolo per poter dare una……...zampa, quindi, pensai bene di chiedere aiuto altrove. Solo la buona “signora” avrebbe potuto aiutarci.
Corsi verso la casetta, cominciai a miagolare e a grattare la porta finchè la vecchietta fu costretta ad aprire.
Per mia sfortuna non ho il privilegio della parola ma,con il mio solo ed unico linguaggio: miao- miao fui talmente insistente ed espressivo che la buona signora mi seguì.
La mia mamma con i miei fratellini furono salvati, curati e rifocillati.
Intanto il temporale era cessato e, noi tutti felici, in giardino a correre e giocare sull’erba bagnata di pioggia, come una vera famiglia.
“ Se la sorte è benevole verso di noi, non possiamo che esserne contenti, però da non scordare che, bisogna anche DARE.
L’AMORE non dovrebbe essere, mai,a senso UNICO.
Il gattino senza mamma
Rosetta Greco Garilli