La necheabbaia

La "Necheabbaia" è una strana, rara, recente malattia moderna. Tutti e ovunque ne possiamo essere colpiti, ma è più facile contrarla nelle degenze in ospedale, nelle case di cura, e nelle cliniche. Ho tristemente scoperto i bizzarri sintomi di tale malattia, durante un recente ricovero ospedaliero. Ero stata messa in guardia dal mio medico curante.

- Stia attenta a non contrarre la "Necheabbaia"!

- Cos'è? - ho chiesto io con timore.

- E' una strana, recentissima, e sempre più diffusa malattia dei nostri tempi. Non si sa perchè venga, non si sa come guarisca. Sembra solo che i soggetti più predisposti siano le donne oltre i 55 anni di età.

"Allora io posso stare tranquilla", ho pensato tra me, ma non è andata così.

Il ricovero è stato fissato in una clinica privata, convenzionata con il Servizio Sanitario Nazionale (altra, pare, causa che potrebbe predisporre a contrarre la malattia). Comfort alberghiero, ottima assistenza infermieristica e medica, tutto pareva perfetto. Se non che, all'improvviso, ho scorto nella paziente che condivideva la camera con me, i sintomi della malattia. Lì per lì, non me ne sono resa conto, pareva piuttosto una nevrosi marcata, ma no! Era la "Necheabbaia"! Sono stata presa dal panico. Che fare? La degenza nell'ospedale, era stata decisa per ben dieci giorni, ed io ero appena alla terza giornata! Ma poi ho pensato che non ero un soggetto a rischio, data la mia età. E così, che ho deciso di osservare la paziente colpita da "Necheabbaia", onde potere studiare la malattia. Una sorta di aiuto, alla ricerca di una possibile cura. Mi impegnai seriamente. Il tempo in ospedale non passa mai, e così, in un taccuino che avevo portato con me, cominciai ad annotare tutto, ma proprio tutto ciò che la "Necheabbaia" causava alla donna con cui dividevo la camera. Avrete da stupirvi, e forse da spaventarvi, specie se siete dei soggetti a rischio.

La donna ha cominciato col presentare una strana fobia per lo sporco. Tutte le persone, per una malata di "Necheabbaia" sono sporche, lei sola è pulita. L'ambiente che viene a contatto con le persone, è sicuramente sporco e da evitare, solo il luogo dove vive lei è pulito. Ciò, applicato al mio caso, equivaleva a due zone nella nostra camera. La sua, linda, pulita, igienizzata; la mia, naturalmente sudicia, sporca, da evitare. Per non parlare del bagno. Una assoluta raccolta di sudiciume, ma solo dopo che me ne ero servita io. Prima di servirsi di un bagno, la malata di "Necheabbaia", provvede a disinfettare maniglie e sanitari con salviette igienizzanti, utilizzando guanti e una mascherina nel volto. Mille precauzioni erano prese nei miei confronti. Mi sembrava di essere davvero sporca e infetta. Al mattino osservai un'altro serio sintomo della "Necheabbaia". Fu per me un vero problema! Impossibile potermi servire del bagno per i primi "impellenti" bisogni fisiologici. Lei riusciva in ogni modo ad anticiparmi in bagno, (sono abilissimi in questi trucchetti i malati di "Necheabbaia"!). Il ritiro prevedeva, una supposta di glicerina con successivo effetto; gargarismi; pulizia approfondita del naso; ceretta depilatoria; doccia, seguente massaggio con borotalco; messa in piega con spazzola elettrica, cura della pelle del viso. Tutte queste operazioni mi erano poi descritte minuziosamente, onde io potessi capire bene che la malata di "Necheabbaia", ci tiene a precisare che stima solo le persone pulite (non so quali, dato che è pulita solo lei). Nel frattempo, io mi esercitavo a contenere ciò che, invece, l'intestino voleva espellere. A nulla valgono, in questi casi, le timide "bussatine" alla porta, e le supplichevoli richieste di liberare il bagno. La malata di "Necheabbaia" non sente ragioni, e questo, è il sintomo più difficile da sopportare per chi convive con il paziente. Il momento della colazione, quello del pranzo e della cena, erano angosciati dalle lamentele tipiche dei malati di "Necheabbaia". Nessun cibo va mai bene per loro. Questo e troppo duro; questo è sfatto; questo è filaccioso; questo è molle; questo è marcio! Ma non solo. Di solito il cibo è anche mal cucinato, sicuramente di incerta provenienza, non fresco, forse, anzi sicuramente, infetto, o infettato appositamente da qualcuno. Ma chi? Chi potrebbe essere stato?

L'angoscia del ricercatore, in questo caso io, cresce. Ci si chiede se la ricerca scientifica meriti tali sacrifici. Ma poi qualcosa ci spinge ad andare avanti, con o senza aiuti. E' così che si fa un ennesimo sforzo. Si accompagna l'ammalato di "Necheabbaia" al distributore automatico di bevande calde. Solitamente, è dimostrato, il malato di "Necheabbaia" ama infilare le monete in queste macchine automatiche, irresistibilmente. Anche fosse un elefantino che dondola con il sottofondo della colonna sonora del film "Dumbo". Non monta sull'elefantino, e si lamenta di non poterlo fare date le dimensioni ridotte dell'animale, ma non si sa ancora bene perchè, deve comunque introdurre le monetine. E' così che, forse vi immaginerete, il caffè è pessimo, il cioccolato pare che sia addirittura avvelenato dall'infermiera che ha fatto la notte, e l'innocuo cappuccino è stato addirittura accusato di essere afrodisiaco. Per me, nonostante i buoni propositi è stato troppo. Sono fuggita con il mio caffè. Il giardino, i suoi fiori profumati, l'aria, il sole, hanno fatto si che i buoni propositi iniziali tornassero a galla.

Ma un ricercatore, spesso cammina su una strada che non sa dove lo porterà. E' così che io, salendo le scale che mi riportavano in quella fatidica stanza, non sapevo proprio nulla di ciò che avrei scoperto di lì a poco. La malata di "Necheabbaia" era sotto il letto, per il terrore di una puntura. L'ago era troppo lungo, troppo affilato. La medicina pareva troppo gialla, densa. Impossibile iniettarla! L'infermiera, con una pazienza encomiabile, cercava di convincere la paziente che era solo un inezione contro i dolori reumatici. Ma che fare? La malata di "Necheabbaia", pur avendo altre malattie, anche molto gravi, si rifiuta drasticamente di curarsi, vuole solo tornare ad essere come prima. Tale e quale, senza storie. Se i medici non ne sono capaci, lei non intende ragioni. O come prima, o nulla. Assolutamente impotente, di fronte a tale drammatica realtà, non avevo altra scelta. Ho collaborato con due medici e tre infermiere per tentare una cattura della paziente da sotto il letto, con successiva siringa. Facile a scriversi, facile a leggersi, ma da qui a metterlo in pratica...

Fatto sta, che nella confusione di quella stanza, strascica di qui, rincorri di là, siamo stati tutti rinchiusi nel bagno. Da chi? Ma naturalmente dalla malata di "Necheabbaia". Infatti, spiegavo loro mentre eravamo rinchiusi là dentro, i malati di questa strana malattia, prima o poi devono rinchiudere qualcuno da qualche parte. Il soggetto che studiavo io, doveva essere grave. Ben 6 persone aveva rinchiuso in un colpo solo! Il caso cominciava a farsi complicato, particolarmente grave.

- Riusciremo a salvarla da una morte orrenda? - ha chiesto un'infermiera recentemente arrivata in quell'ospedale.

- Ma che dice? - ho risposto io - Non è mai morto nessuno di "Necheabbaia"!

- Davvero? - ha chiesto il primario della Reumatologia, quasi sconvolto.

- Nessuno, le assicuro. E' piuttosto il problema opposto. Pare verrà riconosciuta l'invalidità del 100%, a chi può dimostrare di avere assistito un malato di "Necheabbaia" per tre mesi di fila.

Una volta liberati dalla nostra prigionia, la povera malata di "Necheabbaia" pareva fosse sparita dall'ospedale. La mia ricerca scientifica era dunque terminata? Ma invece, inaspettatamente, la malata eccola lì. Stava simpatizzando con il giardiniere, intento a sostituire alcune piante. Ho appena fatto in tempo a dire:

- Attento!

Fatica sprecata! Un vero malato di "Necheabbaia" si riconosce in questi casi. Appena vede una persona inchinata, non resiste. Forse, i psicologi dicono che tenta di resistere, ma poi ecco! Parte un calcio nel di dietro, del povero malcapitato, lungo e profondo, di quelli che neppure i muli tirano. Il povero giardiniere è stato poi ricoverato d'urgenza, e non si sa cosa si sia potuto salvare, e cosa invece sia andato perduto per sempre. Era troppo! Il mio taccuino era pieno di interessanti scoperte scientifiche, ho firmato e sono tornata a casa. Cosa potevo fare? Ho pensato subito di scrivere tutta la mia esperienza. Lo scopo? Consentire alla gente di avere un valido metodo per sapere se si è in procinto di ammalarsi di "Necheabbaia" o no. Come? Se siete giunti fino a questo punto del racconto, è un sicuro sintomo di assoluta mancanza di "Necheabbaia". Nessun malato di questa strana malattia, sa leggere un racconto tutto intero, qualunque esso sia. Ma d'altro canto, è anche vero, che qualcuno si è lamentato di essersi ammalato proprio dopo avere letto un racconto, non si sa quale. Ecco, se siete tra quest'ultimi, questo è un sicuro sintomo di "Necheabbaia". Vi consiglio di correre ai ripari. La cura? Pare facciano bene gli impacchi con acqua e aceto, ma non è confermato; qualcuno dice che è guarito succhiando un bastoncino di liquirizia, ma una ricercatrice come me, deve dire la verità. La "Necheabbaia" non può guarire. L'unico metodo è scoperto è praticamente impossibile applicarlo sul paziente. Ma c'è chi ha osato tanto. Non si sa bene dove, ma pare che un tale, dopo tanti anni che sopportava la moglie ammalata di "Necheabbaia", abbia preso una drastica risoluzione. Quale? Non è sopravvissuto per raccontarcelo.

Rossella Usai

"Dal baule della nonna" - Copyright © 2004 - Rossella Usai.

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